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Il quadro mai venuto alla luce di un pittore del Sud

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Era un pittore, ma non aveva molto estro. Era un uomo di tecnica sopraffina. Sapeva riprodurre su tela i paesaggi ed i luoghi del suo paese e la sua fama si era espansa in una vasta area.

Era il 1920 ed i quadri, al Sud, erano solo appannaggio delle famiglie gentilizie e di ricchi commercianti. I quali, sovente, per scimmiottare le case dei nobili, chiamavano il pittore Catapani per affrescare i muri delle loro case.

Tali abitazioni, non avevano volte, e l’artista era costretto a inscenare cieli azzurri per dare maggiore profondità agli ambienti.

Preferiva dipinger quadri, ma doveva guadagnarsi un viver dignitoso, quindi lavorava al fianco di imbianchini, per rendere belle case che non si prestavano alla bellezza.

Questo era un pittore al Sud.

Il “maestro” conduceva una vita monacale. Mattina in giro a fare commissioni, il pomeriggio a dipingere, la sera al circolo dei notabili del luogo. Che ben lo accettavano: anche se non aveva denaro, anche se non sapeva giocare a carte, anche se non parlava di donne.

Spesso qualcuno di questi benestanti, lo invitava a pranzo o a cena e lui accettava volentieri. Ed era così discreto e sobrio, da fare da confidente e dispensatore di consigli.

Il maestro aveva una casa austera, tutta dipinta di bianco, con quadri di artisti napoletani, che aveva conosciuto negli anni del liceo. Frequentato in seminario.

Le sue tele, erano conservate nel suo atelier, che dava su un giardino di scarsa luminosità.

Si cucinava da solo, lavava i panni, li stendeva, puliva la casa. Ma nessuno lo aveva mai visto prodursi in una di queste faccende. Le sue serrande erano sempre socchiuse. Poca luce in casa, pochi occhi indiscreti.

Si era innamorato una sola volta. Accadde quando abbandonò l’abito talare, indossato solo per diplomarsi a spese della Chiesa, quando non c’erano soldi per gli studi. Vecchio espediente ben frequentato.

La ragazza era rimasta affascinata dalla sua capacità di fare ritratti. E lui la dipinse con gli abiti di una madonna del ‘500.

Un bel quadro che gli guadagnò l’interesse di lei, al punto da costruire una solida amicizia, un po’ spirituale e un po’ no. Ma quando si avvicinò alla sua famiglia, non ebbe successo.

“E cosa ti mangi il giorno? Le sue tele ed i colori? Digli di trovarsi un lavoro!” Borbottò il di lei padre.

Andarono avanti per quindici mesi. Poi si lasciarono.

Anni dopo, Catapani fece la sua prima mostra. Poi ne seguirono altre. Napoli era bella. Ma lui amava il suo paese e ci tornò con i suoi pennelli. E tra Napoli ed il paese, tra quadri venduti e pareti affrescate, divenne il Maestro Catapani.

La sua piccola scommessa l’aveva vinta.

Un giorno lo chiamò un avvocato di fama e gli commissionò un quadro.

“Le pago ciò che vuole, ma deve venire qui al mio paese nei giorni che le dico io. Voglio fare una sorpresa ad una persona che mi è molto cara.”

Accettò, anche se il viaggio era molto faricoso. Si trattava di passare in treno un valico dell’Appenino pugliese.

Si presentò la prima volta con una valigetta dove era risposto tutto il suo armamentario. Eravamo a ridosso del 1925, quando il fascismo stava ponendo le sue basi e ancora non s’addentrava nei meandri del contado del Sud.

Il maestro entrò in un ampio salone e l’avvocato lo fece sedere davanti ad un mastodontico caminetto. Qui gli diede le ultime istruzioni e poi introdusse la moglie.

“Vi lascio soli, così maestro avrà tutta la concentrazione per intraprendere la sua opera”

“Sei arrivata dove volevi: sontuosa dimora, marito affermato avvocato, servitù in livrea”

“Anche tu sei arrivato dove volevi. Sei chiamato maestro, ti danno i soldi che chiedi, ti lasciano solo con una donna”

“Si Paola, siamo arrivati dove volevamo. Ma io non sono sceso a compromessi con la vita”

“Ed io?”

“Credo di si. Avresti scelto di starmi a fianco altrimenti”

“E chi ti ha detto che non amo l’uomo che ho sposato?”

“Non dico questo. Ma sai…a volte ci imponiamo d’innamorarci, a volte crediamo di essere innamorati, a volte scambiamo il sentimento dell’affetto con quello dell’amore, a volte non sappiamo dare un nome all’attrazione e crediamo che sia amore.”

“Vedo che non ti manca l’arte dialettica. Ma ti pregherei di fare solo il tuo lavoro. Ho impiegato tanto per costruirmi un equilibrio, non vorrei perderlo”

“Beh, certo, la mia presenza è un pungolo nelle parti più effimere di esso. Diciamo a tuo marito che non ci sono le  condizioni per fare questo quadro. Anch’io non ho voglia di guardare il mio passato. Dopo te, vittima di quell’amara esperienza, ho chiuso con le donne. Non ho voluto più rischiare la stessa situazione. Sono rimasto solo.”

“Questo quadro fa male ad entrambi. Troverò il modo di assumermi io la responsabilità della mancata opera. Dirò che provavo disagio nel mettermi in posa.”

Avevano dipinto la sofferenza. Poteva bastare.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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