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La divisa arancione

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Nessuna stelletta e nessun blasone, la divisa a cui aspirano gli oltre cento candidati che hanno risposto la settimana scorsa al bando del Cogesa (società pubblica che si occupa della gestione dei rifiuti nella Valle Peligna), è di quelle arancione fosforescente.

Una divisa da netturbino anzi da “addetto operatore ecologico autista”, per indossare la quale, sono arrivati negli uffici della società pubblica una montagna di curricula. Tra questi anche qualche “dottore”, laurea breve o lunga che sia, ex operai, padri di famiglia, cinquantenni ormai espulsi dal mercato del lavoro, giovani di sfinite speranze. Un arrembaggio che è il segno dei tempi, tempi di una crisi che avanza a passi spediti: tre anni fa, quando il Cogesa fece l’ultima graduatoria, gli aspiranti autista-spazzino furono solo 35.

Un lavoro, sì, è sempre un lavoro: nobile e degno, qualunque esso sia. Solo che quello su cui si affanna questo esercito di pretendenti netturbini, non è neanche un posto fisso, anzi non è neanche un posto, ma un concorso finalizzato a creare una graduatoria di 20 persone che, nel caso dovesse essercene bisogno, saranno chiamate per brevi periodi (da 15 giorni ad un paio di mesi) a sostituire durante le ferie gli addetti già assunti.

Sarà per quella “paga da terzo livello” (1.200 euro mensili) e ancor più per quel “contratto nazionale Federambiente”, che solo a sentirla, la parola contratto, da queste parti la pelle si fa d’oca. Sarà per questo che in cento e più, laureati e non, sono pronti a sottoporsi a prove pratiche e orali per entrare nel limbo dei papabili spazzini.

L’orrore della disperazione di questo angolo d’Abruzzo, che cova da anni una disoccupazione da profondo Sud, è tutto in questa fotografia virata di arancione: la divisa ambita, quella da netturbino.
Perché qui, nel cimitero di capannoni dei nuclei industriali, tra fabbriche fallite e chiuse dopo esser state svezzate dagli aiuti della Cassa per il Mezzogiorno, prosciugate dalle truffe ai Docup e umiliate dalle illusioni della politica, la munnezza è rimasta l’unica o quasi attività produttiva. Quella che dà e promette lavoro.

Qui in quella che dovrebbe essere la regione verde d’Europa, nel cuore del cuore di un sistema di Parchi, tra orsi, lupi e flora rarissima.

Qui dal Lazio e dalla Campania, proprio in questi giorni, stanno arrivando camion di rifiuti e fanghi industriali che, si dice, qui verranno solo lavorati.

La corona d’alloro nel mastello marrone dell’organico e l’attestato di laurea in quello giallo della carta: così si differenziano i rifiuti, mentre i sogni finiscono nel grande bidone dell’indifferenziata e dell’indifferenza.

 

Patrizio Iavarone

Patrizio Iavarone, 43 anni, giornalista professionista, corrispondente de Il Messaggero e direttore responsabile della testata abruzzese Zac, nata nel 2002 e oggi in formato cartaceo quindicinale e in edizione online (www.zac7.it). Ha lavorato in televisione come autore e conduttore di programmi, per Sky, Atv7, Videoesse. Video-documentarista (in Kossovo, Palestina, Bosnia) è stato per sei anni (fino al 2010) presidente del Sulmonacinema Film Festival diretto da Roberto Silvestri. Ha fondato la Sulmonacinema-Abruzzo Film Commission, contribuendo alla realizzazione di diversi film e documentari sul territorio abruzzese.

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