C’è un posto sulla terra dove si concentrano opere di Botticelli, Canaletto, Caravaggio, Chagall, Giotto, Leonardo da Vinci, Mantegna, Raffaello, Rembrandt, Rubens, Tintoretto, Tiziano, Van Dyck, Velázquez (messi in ordine alfabetico). E si sta ripensando per capire come proporsi meglio e diversamente al mondo.
C’è una trasformazione lenta e rallentata che sta realizzandosi nel cuore di Foggia e che, forse, è l’ultima possibilità di fermare lo squilibrio centrifugo prodotto da un ventennio di espansione edilizia e contemporaneo collasso delle funzioni capoluogo di una delle più popolose città d’Italia.

Questa trasformazione foggiana sta riguardando un’area molto grande, di circa 23 ettari, dove c’era un ippodromo dismesso da anni, un’area a servizio dell’ex Istituto regionale per l’incremento ippico, la gran parte coltivata a cura degli uffici regionali che si occupano di agricoltura.
È adiacente alla storica “Villa Comunale”, più unico che raro esempio di mobilitazione di intelligenze e risorse economiche private a beneficio della città: «I lavori di sterro vennero eseguiti per lo spontaneo concorso di numerosi proprietari locali che, a loro spese, provvidero per l’impiego degli uomini, materiali e mezzi di trasporto. Lo scopo di tale iniziativa fu di risanare tutta quella zona malsana e trasformarla in un luogo di ricreazione, riposo e pubblico passeggio», come ricorda Mario Menduni citato da Alberto Mangano in manganofoggia.it.

La trasformazione in atto sull’area dell’ex Ippodromo fu pensata nell’ambito di un progetto a scala sovracomunale che puntava alla valorizzazione di alcune aree archeologiche della provincia di Foggia, integrate in un “sistema”: oltre all’area foggiana dove fare evolvere ricerche e scavi, Herdonia a Ordona, il Parco archeologico di Siponto a Manfredonia, Monte Pucci e Monte Tabor a Vico del Gargano, il parco paleontologico e dei dinosauri a San Marco in Lamis, le Fosse Granarie in Piazzale San Rocco a Cerignola, le miniere preistoriche del Gargano a Mattinata, Castel Fiorentino a Torremaggiore, Tiati a San Paolo di Civitate, La Torretta a Poggio Imperiale e le cave di Apricena.
L’idea che si affermò in un concorso internazionale bandito nel 2008 immagina funzioni molto originali per il Parco urbano e archeologico Campi Diomedei, denominato così per la suggestione del mito di Diomede legato al cavallo e per enfatizzare lo scopo dell’integrazione «di spazi adeguati per l’approccio fisico con i cavalli sia attraverso l’osservazione e il contatto sia attraverso l’integrazione delle fabbriche per l’incremento equino nel contesto del parco», come si legge nella relazione generale che accompagnava l’idea-progetto.
Sono funzioni di “officina” per la costellazione dei siti di valore culturale e archeologico della provincia, aggregate in un quadrante della città capoluogo dove si concentrano altre funzioni urbane di rilievo sovra-comunali (l’università, la camera di commercio, la fiera, un teatro-tenda, uffici direzionali, la questura, il comando provinciale dei carabinieri, la motorizzazione, la ferrovia, in prospettiva il treno-tram).

Un’officina che sia laboratorio sperimentale di archeologia e campo per l’edutainment, promiscua — perché così si fa, ormai, anche nell’organizzazione delle aree produttive — a spazi per fare sport, cultura, attività all’area aperta. Tutti elementi richiamati nella relazione sintetica assorbita in uno degli strumenti di pianificazione urbanistica generale di Foggia, risalente al 2012, dove si lancia l’operazione con la consapevolezza della necessità della «programmata e contestuale presenza della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e delle attività universitarie» per «scongiurare un possibile blocco nella percezione delle aree archeologiche nel contesto più ampio e diversificato del Parco dei Campi Diomedei».

«Bisognerà assicurare non uno sporadico intervento, ma il collegamento permanente alla città attraverso attività culturali che ne garantiscano la continuità – si legge ancora nella relazione –. Enormi potenzialità possono essere liberate dalla presenza delle scuole, dalle elementari ai licei. Nei nuovi programmi didattici, accanto a corsi sperimentali sui Beni Culturali, sono previste attività pratiche di didattica dell’Archeologia. Un Laboratorio di Archeologia Sperimentale (in cui sarà possibile la presenza di vari tematismi), affiancato a spazi specializzati per la compartecipazione a fini didattici alle attività d’indagine archeologica è il primo passo; il trasferimento di queste attività all’interno del Parco Campi Diomedei assicurerebbe quel coinvolgimento sociale, unica condizione per sfuggire al disinteresse e ad una conseguente limitata ed elitaria fruizione, e permetterebbe una presenza continua di giovani nel Laboratorio di Archeologia dei ragazzi».

Rispetto a dieci anni fa, cosa è cambiato in questo settore? La rivoluzione digitale. La moltiplicazione di piattaforme e contenuti si rapporta a stili di vita e di consumo centrati su strumenti digitali, e viceversa. A Firenze, in uno dei più ricchi giacimenti culturali dell’umanità, diventato “Gallerie (al plurale) degli Uffizi”, si sono recentemente interrogati su come “essere Firenze” diversamente, a partire dalle dinamiche che caratterizzano la trasformazione digitale, nei cui flussi rilasciare gli elementi di un’identità, oltre che continuare a fare business con il turismo e la cultura. Lo hanno fatto, un mesetto fa, radunando in un seminario ventidue esperti perché si confrontassero sulla Museum Digital Transformation. Tra questi ventidue esperti c’era anche il “nostro” Fabio Viola, autore di “Father & Son”, un videogioco lanciato lo scorso anno dal MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. “Nostro” perché è nato a San Severo, in provincia di Foggia, è fra i commissari che giudicano le idee dei giovani pugliesi che concorrono a un finanziamento del programma “PIN - Pugliesi innovativi” dell’Assessorato alel Politiche Giovanili della Regione Puglia, incrocerà con le attività dell’ITS Apulia Digital Maker di Foggia e per molti altri motivi.

Nel workshop fiorentino, il geniale direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt, si è scelto l’hashtag #nonsolodigitali per spiegare quanto la trasformazione digitale sia un potentissimo strumento con il quale elaborare strategie su identità, comunicazione ed educazione.
Il processo innescato per riprogettare il brand “Uffizi” ha messo al centro «non di chiederci come possiamo comunicare la nostra missione, come possiamo aggiungere ulteriori numeri a quelli che stiamo già facendo, ma qual è la nostra identità veramente», ha detto Schmidt.

Un lavoro molto più impegnativo, che finisce per creare, sviluppare e scambiare valori, dentro e fuori il contesto in cui vive e palpita una realtà. Schmidt lo ha spiegato ancora meglio, parlando dei numerosi siti web che vivono parassitariamente sul brand degli Uffizi e che, dopo l’operazione lanciata circa un anno fa dagli “originali”, stanno via via spegnendosi: quei siti hanno o avevano tutti, invariabilmente, lo scopo di vendere biglietti. Il processo innescato da Gallerie degli Uffizi è finito, invece, per evolvere nel sistema crossmediale internazionale, come lo chiama Edoardo Fleischner, lavorando intorno a una radice identitaria di 250 anni fa: essere un’istituzione che fa educazione e ricerca, come immaginava il Granduca Pietro Leopoldo, oggi realizzando un’unità tra esperienza on-site e on-line.

Foggia ha molto bisogno di identità da recuperare: cittadina, come insegna la nascita della Villa comunale, due secoli fa voluta e realizzata dai privati, mentre oggi si fatica a condividere il valore della cura collettiva della città abitata e consumata. Identità cittadina e provinciale, anche in termini di comunicazione per aprirsi a un pezzo di mondo molto interessato a vivere esperienze culturali autentiche e originali, di educazione per rialimentare in modo più accattivante e “ingaggiante” un fiume della memoria collettiva che si è un po’ inaridito negli specialismi.
Quel futuro Parco urbano e archeologico Campi Diomedei può diventare anche uno spazio che incuba competenze, mestieri e interessi centrati sui consumi culturali.
Servirebbe ragionare in anticipo su come farlo in modo nuovo, fuori dai soliti schemi e aprendosi ad ambizioni diverse, convocando al banco di lavoro talenti e competenze già sperimentate. Ne abbiamo: Archeologica fa ricerca, educazione e impresa da molto tempo; HGV Advertising ha molti episodi importanti, dal percorso di visita multimediale del Castello Carlo V a Lecce, in cui ha coinvolto anche Francesco Pannofino, al Museo multimediale “Turcus e Morus”, a Gonnostramatza, in provincia di Oristano; l’associazione di promozione sociale “Mira” ha tenuto e tiene vive e vitali molte attività del polo biblio-museale finito nel tritacarne della riforma delle Province.

Guardare a cose e modelli grandi serve a capire dove va il mondo.