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L’Intrepido di Gianni Amelio è un antieroe del nostro tempo
05 Set 2013 10:13

Non c’è un antieroe più dell’uomo della strada che affronta ogni giorno la vita, ”eppure la sua è un’eroica ostinazione a resistere”, dice Gianni Amelio con grande passione presentando il film in gara alla Mostra del cinema di Venezia, L’intrepido, in sala dal 5 settembre distribuito da 01 e invitato anche al festival di Toronto da dove due anni fa il regista era tornato vittorioso con Il primo uomo.

Nel suo Antonio (Antonio Albanese), di ‘professione’ uomo di rimpiazzo di altri, in lavori ogni giorno diversi, per superare il momentaccio e avere uno scopo per alzarsi la mattina, ”c’è l’inno alla dignità, quel valore, parola abusata ma da non perdere, che ci fa reagire ad una realtà in un modo diverso dal compromesso, dal diventare mascalzoni anche noi, dall’usare le stesse armi con cui tutti ci feriscono.

La dignità dell’esistenza e del lavoro Antonio la vuole trovare con forza, a tutti i costi, anche a quello di essere buono, tenero, francescano come il santo, ossia fuori moda. Ecco L’intrepido in questo senso credo sia un film veramente fuori moda”.

Il mestiere del rimpiazzo, quintessenza di precarietà, ”è un’idea surreale. Mi auguro che non si arrivi così in basso, che qualcuno non mi prenda sul serio e organizzi una rete”, dice Amelio che ha fatto una scelta precisa, tenere fuori la realtà più cruda di questo tempo per superarla. Nel film ci sono non a caso omaggi evidenti a Buster Keaton e a Charlie Chaplin e quando gli si evoca Miracolo a Milano quasi si commuove: ”E’ il mio film del cuore, se L’intrepido ricordasse anche solo un fotogramma di quel film sarei felice”.

Rispetto a opere precedenti, Ladro di bambini, Lamerica, ”questo sulla realtà è meno diretto, meno univoco”. Durante le riprese a Milano scene realistiche erano state girate, il protagonista Albanese mescolato tra la folla di chi è costretto a sfamarsi con il cibo delle mense sociali, alla Caritas o da don Colmegna.

”Ma in sede di montaggio – dice all’ANSA Gianni Amelio – quella ed altre cinque, sei scene non sono state messe, avrebbero portato il film verso un realismo eccessivo, invadente”. Alle proiezioni per la stampa applausi e anche qualche buuu. E alla conferenza ufficiale, con il cast, i produttori Carlo Degli Esposti di Palomar e Paolo Del Brocco di Rai Cinema, consensi all’unanimità. Il regista spera innanzitutto ”che il film sia visto, che il pubblico ascolti innocente, candido.

Il tono del film dà libertà alla platea di reagire”. Nel dettaglio della storia, Amelio non vuole entrare, tantomeno spiegare la scena in cui Antonio dopo aver accettato di accompagnare un bambino dal ‘padre’ che invece è un orco praticamente non reagisce.

”Mi fa paura corrompere il pubblico con le mie idee, metterlo in allarme su qualcosa che deve arrivare inaspettato”, dice. Il film finisce con il sorriso di Albanese, operaio in Albania migrante come i compaesani di Amelio ”che da bambini andavano a lavorare in miniera a Marcinelle e tornavano in Italia per morire”. L’Albania è ”un posto ideale, rappresenta un luogo dove si ha la forza di ricominciare da zero. Qui da noi non si ricomincia mai e io non voglio rinunciare alla speranza, ho bisogno di consolazione, di qualcosa che non lasci l’amaro. Un film serve anche per sognare”.


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