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Michele Caruso, il brigante più spietato

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Se la parola brigante ha sostituito quella di partigiano nella guerra tra l’esercito dei Savoia e quello dei Borboni, lo si deve alle torme di criminali che vennero arruolate da quest’ultimi.

Il Regno di Napoli fu invaso da chi voleva unire l’Italia sotto una sola bandiera, e i Borboni affiancarono al loro esercito i  signori della guerra dei boschi meridionali. Canaglie ricercate per crimini vari e gravi, a cui vennero dati i gradi di ufficiale, trasformando le loro bande in brigate.

Tra questo inedito e sciagurato esercito, si annovera il più grande criminale: Michele Caruso.

Chi era costui? Un presunto allevatore e venditore di cavalli e che quindi conosceva alla perfezione i boschi tra il Molise, la Puglia e la Campania.

Gli ufficiali borbonici gli diedero i gradi di colonnello e la possibilità di arruolare un piccolo esercito.

Il cavallaro era un ottimo stratega, nonostante i suoi 23 anni, e si mosse bene negli appennini, con un gruppo di “colleghi”, tra cui spiccava Antonio Secola. E strinse rapporti con briganti del calibro di Crocco Donatelli e Giuseppe Schiavone.

Michele Caruso, appunto, non era un componente dell’esercito borbonico, che meritò l’onore delle armi, per aver difeso la sua patria, ma un uomo efferato che si lancerà in una guerra persa, alimentandone i morti ed incattivendo le parti nei  metodi.

Sin dall’inizio della sua avventura, faceva paura a tutti. Ai proprietari terrieri, che costringerà a passargli viveri e denaro, ai braccianti agricoli, che utilizzava per carpire notizie utili se imparentati con soldati reclutati dall’esercito opposto, ma incuteva paura anche nei suoi uomini, che obbedivano senza esitazioni.

Una serie di capibanda lo seguivano ciecamente, costituendo quel piccolo esercito che tra le province di Foggia, Campobasso e Benevento, che mise a ferro e fuoco terre ed abitanti, mettendo in discussione l’Unità.

Era talmente temuto, che in molti resoconti, si leggeva che i componenti dell’esercito dei Savoia, stavano lontani dove lui stazionava o andavano dalla parte opposta, appena avevano sentore della sua presenza.

Questo almeno nei primi tempi.

Nel suo esercito faceva ciò che voleva. Arrivava anche a sparare il colpo di grazia ai moribondi, feriti in battaglia, tanto sarebbero stati fucilati dall’esercito piemontese. Così diceva e così solitamente avveniva.

La sua guerra, Michele Caruso, la combatté nei paesi di San Bartolomeo in Galdo (Benevento), Ginestra degli Schiavoni, Foiano Valfortore, Cercemaggiore (Campobasso) Santa Croce di Magliano, San Severo (Foggia). Tutti paesi dove vennero combattute delle battaglie, dove a morire sono suoi uomini e componenti della parte opposta. Carabinieri e Bersaglieri.

Era arrivato a contare circa 300 componenti nelle sue fila. Un numero considerevole, che dirigeva con acume tattico nei boschi appenninici, scatenando una guerra di resistenza e profittando di essa a suo uso e consumo.

Caruso spacciava le sue scorribande da manigoldo, per azioni militari dell’esercito borbonico.

Per circa tre anni, riuscì a tener testa a migliaia di soldati comandati dal generale Pallavicini.

Gli scontri armati erano di violenza inaudita e sovente terminavano in carneficine.

Quando la guerra divenne senza quartiere, iniziò ad accanirsi anche contro i civili.

Uccise 14 uomini a Colle Sannita, commise l’eccidio di Castelvetere in Valfortore, dove massacrò 27 vite tra bambini, vecchi e donne. A Morcone, sterminò una famiglia di 7 persone. A colpi di rasoio eliminò 13 contadini nella Daunia, poi 6 braccianti a San Giorgio del Sannio.

Caruso, con il proseguire della sua personalissima guerra, divenne una bestia inferocita. Uccideva di suo pugno con arbitrio totale, non facendo più alcuna distinzione. Sparava alla nuca, alla schiena, uccideva a colpi di accetta, stuprava donne in continuazione. Non si sapeva più se il diavolo si era dimesso per fargli posto.

Se la guerra partigiana che si opponeva all’esercito piemontese, divenne una guerra sporca detta brigantaggio, lo si deve ad uomini come Caruso, che lasciarono nel popolo che ne fu vittima una scia di orrore.

E’ bene quindi conoscere la sua storia criminale, così si intende dove sono nati gli equivoci storici, che hanno portato nei bassifondi, quella che è stata poi definita la guerra cafona.

Caruso venne catturato in base ad una probabile soffiata, dalla Guardia Nazionale, in quel di Molinara, in provincia di Benevento.

Fu portato nella città sannita, processato e condannato a morte. Egli fu giustiziato il 22 dicembre del 1863.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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