Ecco come morì il capobrigante Carmine Crocco

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Era il 18 giugno. Centododici anni fa. Il 18 giugno del 1905 alle ore 8,20 del mattino. Nel malsano carcere di Portoferraio sull’isola d’Elba, il direttore comunicò che “Crocco Carmine, pastore, celibe, possidente di qualche cosa, cattolico e residente a Rionero in Basilicata era morto di astenia senile”.

Morte naturale, dunque, morte di vecchiaia per acciacchi di un fisico provato da una vita travagliata e da una lunghissima detenzione. Una figura che segnò la storia del Sud post-unitario e preoccupò non poco i governi italiani a Torino. Un ribelle di origini contadine, che fu il vero “generale dei briganti”.

Lo Stato italiano pensava che sarebbe finito presto dimenticato, credeva che le sue gesta fossero esclusiva materia di noiosi atti giudiziari e archivi criminali. Invece, Crocco, grazie anche alle memorie riscritte dal capitano Eugenio Massa e a quelle più sgrammaticate di sua mano, raccolte dal dottore Saverio Cannarsa, è ormai figura-simbolo del brigantaggio nel Mezzogiorno d’Italia appena annesso al resto della penisola.

Così famoso che è il capobrigante che aleggia nel famoso romanzo “L’eredità della priora” di Carlo Alianello, riecheggia nello splendido romanzo storico “I fuochi del Basento” di Raffaele Nigro, è figura protagonista di film sul brigantaggio come “I briganti italiani” di Mario Camerini, o “Li chiamavano briganti!” di Pasquale Squitieri. E’ sempre Crocco la figura raccontata nel docu-film “Darsi alla macchia” di Fulvio Wetzi, o nel documentario “Carmine dei briganti il generale Crocco”.

Per non parlare poi delle due opere televisive, dove è tra i personaggi protagonisti: lo sceneggiato “L’eredità della priora” nel 1980 e la fiction “Il generale dei briganti” nel 2012. Soprattutto la prima, in sette puntate girate a colori, con la sceneggiatura cui collaborò anche Alianello, è ricordo vivo anche per la colonna sonora scritta da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò, diventata un vero cult.

Insomma, Carmine Crocco, che fu il capo della rivolta in Basilicata con sconfinamenti in Irpinia e Puglia, resta il vero “brigante nella memoria”. Due marce vittoriose nei paesi nel 1861, i contatti con i Comitati borbonici e la breve alleanza con il generale spagnolo legittimista Josè Borges spedito nel Sud, un esercito di contadini, pastori ed ex soldati borbonici che arrivò, nei mesi di maggiore potenza, a oltre duemila uomini.

Centododici anni dopo la sua morte e centocinquantesei anni dopo le sue gesta concentrate tra il 1861 e il 1864, Crocco è ricordato in decine e decine di convegni, ha un museo, una targa sulla sua casa a Rionero,  a lui sono dedicati decine di libri. E’ memoria-simbolo di ribellione, icona nei centri sociali e dei movimenti di protesta. La sua figura è guida e faro per comprendere quella guerra contadina che insanguinò il Sud subito dopo l’unità. Senza saperne qualcosa, si avrà della storia recente del Mezzogiorno una visione non completa.

Quando morì in carcere, dopo essere stato negli anni intervistato anche da psichiatri e antropologi, non aveva denaro, ma solo sei paia di calze di cotone, una maglia di cotone e una di lana, due berretti di notte. Povero era nato e povero morì, nonostante fosse stato un “generale di briganti” e si era seduto a tavola, dopo le sue conquiste, con notabili e potenti. Quelli che, mentre lui moriva, erano diventati parte della classe dirigente del Sud italiano. I Gattopardi.

Dal blog de www.ilmattino.it.

Gigi Di Fiore

Gigi Di Fiore (Napoli, 2 gennaio 1960) è un giornalista e saggista italiano. La sua attività di scrittore è in prevalenza focalizzata sulla camorra, sulla storia del Mezzogiorno e sul revisionismo del Risorgimento. Si laurea nel 1983 in giurisprudenza e diviene giornalista professionista nel 1985. Per tredici anni lavora come cronista di cronaca giudiziaria a Napoli per Il Mattino, per lo stesso giornale è inviato speciale dal 1994. Ha lavorato a Napolioggi, Napolinotte, il Giornale di Napoli e il Giornale, sotto la direzione di Indro Montanelli, come redattore. Collabora con il settimanale Oggi e con il mensile Focus storia. È uno dei blogger del giornale online de Il Mattino, dove cura la rubrica Controstorie. Nel 1995, per la pubblicazione di verbali di indagini in alcuni suoi articoli, è pedinato e controllato per un mese dai carabinieri su richiesta della procura della Repubblica di Napoli.[1]. Oltre all'attività giornalistica, si dedica alla ricerca storica, soprattutto su due argomenti: la criminalità organizzata e la storia del Risorgimento italiano e del Mezzogiorno in generale, con attenzione alla fine del regno delle Due Sicilie e al brigantaggio post-unitario. Su questi temi ha pubblicato, tra gli altri: "Potere camorrista" (Age, Napoli); "Io Pasquale Galasso" (Tullio Pironti, Napoli); "1861-Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato" (Grimaldi & C., Napoli). Poi, con la Utet: "I vinti del Risorgimento" (Torino, 2004) e "La camorra e le sue storie" (Torino, 2005). Nel 2007, per Rizzoli, "Controstoria dell'unità d'Italia"[2], "L'impero"[3] nel 2008, "Gli ultimi giorni di Gaeta" nel 2010 e Controstoria della Liberazione nel 2012. Con una diversa copertina, il libro "Controstoria dell'unità d'Italia" è stato allegato al mensile "Focus storia" in edicola nel gennaio del 2013.[4]. Per queste attività ha ricevuto riconoscimenti e partecipato a seminari, conferenze, convegni e inchieste sulla criminalità organizzata e il Mezzogiorno, il Risorgimento e il brigantaggio. Ha partecipato a trasmissioni televisive come ospite o intervistato: Samarcanda, Maurizio Costanzo show, il Processo del Lunedì, l'appello del martedì, Chi l'ha visto, Italia che vai, Uno mattina, Sabato e domenica, Blu notte, History channel, La storia siamo noi e altri. Compare da intervistato nel Dvd-libro 'O sistema.

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