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Può esistere la qualità del dolore?

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Esistendo una qualità nel piacere, ci si può chiedere se esiste una qualità nel dolore.

Per dare una risposta, partiamo dal concetto che il dolore è una componente della crescita dell’individuo. Vi è dunque un dolore costruttivo in antitesi con quello infertile.

La canalizzazione del dolore è un’operazione possibile. Vi sono, infatti, direzioni culturali del dolore, come dimostra quella di matrice religiosa.

Ovvero percorsi spirituali che nascono da lunghe tradizioni. Le religioni, infatti, tendono a modellare il dolore, dandone una forma costruttiva e quindi un senso.

Si può dire quindi che la religione porta ad una “qualità del dolore”.

Laicamente, la psicanalisi porta anch’essa ad una qualità del dolore. Perché aumentando la percezione del sé, porta al dolore della perdita dell’essenzialità degli altri, finalizzata ad un maggiore senso di libertà.

Ci sono quindi due strade che testimoniano la plausibilità di una qualità nel dolore.

Per fare un esempio chiarificatore, scegliamo la fattispecie della perdita di una persona cara. In tale circostanza possiamo scegliere tra: la rimozione del dolore, la sua accettazione religiosa e la strada di un rafforzamento della completezza di se stessi.

La prima è un espediente efficace, ma che porta ad un depauperamento della propria stima. La seconda è una accettazione, che oscilla tra il dogma ed il dubbio. La terza è una consapevolezza del limite, che aiuta a costruire un perimetro più ampio in cui esprimersi.

Viviamo in società che non sa più soffrire, per le distorsioni culturali che lo sviluppo scientifico ha apportato nella vita.

Nulla viene più accettato, ma tutto ascritto al reparabile, con la ricerca di un colpevole. Fomentando una sofferenza banale, incentrata su una sensazione di fallimento continuo.

Con il senso del dolore e della qualità di esso, si può costruire, insieme a delle virtù umane, una bussola orientativa contro l’apparente inutilità dell’essere, che come un ronzio accompagna molte vite. Perché il dolore tende sempre al vero e quindi crea percorsi che portano a certezze, utili per la struttura esistenziale.

Per una limitaziome dei problemi dell’individuo, è opportuno che la società Occidentale faccia un maggior uso della filosofia. Troppo spesso relegata a mera materia di studio e non di applicazione.

La colpa dello status non florido di tale materia, è sopratutto di coloro che la insegnano, i quali si limitano a riportarla senza dare gli strumenti per utilizzarla.

L’Occidente ha bisogno di filosofia, altrimenti la scienza, oltre che risorsa, diventa inopinatamente fomentatrice di una realtà virtuale.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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