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Un camper contro la violenza sulle donne. A L’Aquila progetto pilota

 Più di cento contatti al giorno. Solo il 20% delle violenze si trasforma in denuncia

Se ti zittisce, se ti offende, se ti chiude in una stanza, se ti ricatta, se  ti infastidisce con sms ossessivi, se minaccia te e i tuoi figli… questo non è amore”.

box1È il messaggio forte e deciso, preso in prestito da un libro sulle violenze subìte dalle donne, che in questi giorni è distribuito dall’equipe del “camper antiviolenza”. Un progetto pilota, promosso dalla Questura dell’Aquila, in collaborazione con il Centro antiviolenza e il Comune dell’Aquila, che mette in rete tutti i soggetti che si occupano di violenza di genere. Uno strumento perfettamente in linea con quelli previsti nel decreto sul femminicidio.

Anzi l’esperimento aquilano è addirittura precedente al decreto e studiato su misura per una città, dove la maggior parte della popolazione vive dislocata in 19 “new towns”. Il camper antiviolenza per due mesi raggiungerà tutti i progetti CASE e i comuni principali della provincia, per svolgere un’azione di sensibilizzazione e di informazione.

box2A bordo c’è un team di persone competenti, accuratamente formate e selezionate, un funzionario di polizia, un ufficiale di polizia giudiziaria, un medico, uno psicologo e le donne del centro antiviolenza.

Quando salgo a bordo anch’io, al progetto CASE di Sant’Elia, quel pomeriggio trovo anche un sacerdote e due operatrici del progetto “L’Aquila città per le donne”.

Più di cinquecento i contatti, nelle prime cinque tappe, oltre cento al giorno.

Bussiamo a tutti i campanelli del progetto CASE o avviciniamo le donne fuori i supermercati– mi racconta Alessandra Masciovecchio, medico della questura-  Quasi tutte le donne si fermano, giovani, adulte, anziane, di tutte le nazionalità Ci ringraziano. In molte salgono sul camper, dove l’approccio è molteplice. Diamo loro del materiale e se hanno tempo, guardiamo insieme un video”.

È un corto emozionante. La storia di una ragazza che sporge una denuncia singolare e spiazzante. Il furto dei suoi sogni. Il carabiniere, in apparenza un burocrate, un po’ impacciato, in realtà capisce molto di più di quello che la ragazza stessa denuncia. I suoi non detti o detti a metà sono in realtà un urlo a lungo soffocato. La palese confessione di una violenza subita dal padre. Un video tradotto anche in altre lingue delle comunità più presenti nell’aquilano (romeno, arabo, albanese, macedone ed ucraino).

E’ questo video il vero grimaldello, la molla che spinge la maggior parte delle donne ad aprirsi, a parlare con noi e a liberarsi di un peso portato dentro chissà da quanto tempo, a raccontare le violenze subite”, aggiunge il medico, visibilmente commossa dopo la proiezione.

Sono storie di violenza fisica, psicologica, a volte di violenza sessuale. Qualcuna di queste si è trasformata anche in denuncia– mi spiega Delfina Di Stefano, vice questore aggiunto- Ma la maggior parte delle donne che sale sul camper per avere informazioni, lo fa perché sente l’esigenza di parlare. Qui trovano personale qualificato e pronto ad accoglierle, a consigliarle anche sui possibili percorsi da intraprendere. Se vogliono possono denunciare– e sul camper che è una vera stazione mobile di Polizia trovano anche un funzionario pronto ad avviare le pratiche della denuncia- ma se non sono ancora pronte, le indirizziamo al centro antiviolenza, dove possono contare su un’assistenza psicologica o legale gratuita. Inoltre le possiamo indirizzare anche ai servizi sociali del Comune”.

Molte sono storie superate, che appartengono al passato – prosegue – Abbiamo avuto diversi casi. Una donna di 65 anni ci ha confessato una violenza subita all’età di 14”. Un dolore enorme che ha tenuto nascosto, per oltre 50 anni, senza mai averne parlato con nessuno.

Ma in alcuni casi si sono avvicinate anche ragazze giovanissime, accompagnate dalla madri”.

Le violenze restano nascoste per anni – aggiunge Massimo De Santis, ispettore di polizia e psicologo – Le donne non parlano delle violenze per paura, per pudore o addirittura per senso di colpa. Il retaggio culturale spinge alcune di loro a sentirsi addirittura responsabili delle violenze subìte. Sul camper si sentono accolte, ascoltate, entrano subito in empatia”.

Sebbene L’Aquila sia una realtà ancora abbastanza tranquilla rispetto ad altre città – prosegue Alessandra Masciovecchio – il fenomeno sommerso è enorme. Solo il 20% delle storie di violenza emerge. L’80% rimane sotterraneo. Il nostro obiettivo è portare alla luce il sottobosco di violenza”.

È una missione appassionante, ma il carico emotivo che si accumula è grande, confessano. “Abbiamo ricevuto tutti un’adeguata formazione, prima di iniziare il tour. Alla fine del progetto dovremo scaricare la tensione emotiva accumulata in questi due mesi. Siamo come dei recipienti. Incameriamo il dolore degli altri, ma dovremo svuotarcene. Abbiamo già in programma un incontro con un tutor”.

Dal progetto CASE il camper si sposta fuori un supermercato. Il lavoro prosegue anche sotto la pioggia battente. Si ferma anche qualche uomo.

I giovani sono più sensibili – mi dice Delfina Di Stefano – Riconoscono che esiste il problema. Ascoltano interessati. Il dato preoccupante è la fascia adulta, gli over 35 accelerano il passo o ci liquidano con un sorrisetto”.

Il 25 novembre il camper terminerà il suo giro a Piazza Duomo, ma il progetto contro la violenza non termina qui.

Ci saranno progetti a cascata, un corso di difesa personale per donne e alcune lezioni nelle scuole.

La questione è soprattutto culturale- termina Masciovecchio- Dobbiamo lavorare sulle giovani generazioni, per educare soprattutto i ragazzi ad avere un approccio diverso”.


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