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Annie Ernaux, la vita è ciò che accade

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Con poche, scelte e misurate parole Annie Ernaux racconta la vita che accade. E quando gli accadimenti della vita sono quelli che racconta ne L’evento ciò che prevale e rimane è un senso di liberazione che non si manifesta mai con parole roboanti, ma proprio con le poche, scelte e misurate parole che ha scelto di utilizzare.

La vita che accade è sempre un frammento di un contesto più ampio che s’incasella e incasellandosi costruisce e restituisce al lettore una visione, una presa di posizione. Una scelta politica.

Per questa ragione la vicenda personale racconta e rende conto, anche, di una vicenda collettiva. Esperienze che pur essendo separate e distinte nella stesura del testo, hanno lo stesso punto di approdo. Ciò è possibile grazie ad un modo di scrivere la storia, le storie, autenticamente personale.

Non è autobiografia, non è flusso di coscienza, non è romanzo: è la scrittura di Annie Ernaux. La costruzione del libro avviene frase per frase, parola per parola, e tutte le frasi e tutte le parole sono sempre frasi e parole uniche. Ciò che conta non è la costruzione di un ordito, ma la narrazione di un singolo accadimento. Sono i singoli accadimenti che, posti gli uni accanto agli altri, definiscono il libro.

L’evento è la storia di una giovane studentessa universitaria che scopre di essere incinta e, avendo deciso di abortire, si mette alla disperata ricerca di qualcuno che può aiutarla. La vicenda si svolge nel 1963 in Francia e in Francia nel 1963 l’interruzione di gravidanza era proibita. La ricerca andrà a buon fine e avrà il suo epilogo nella notte tra il 20 e il 21 gennaio.

«Ai medici le ragazze come me rovinavano la giornata. Senza soldi, senza le giuste conoscenze – altrimenti non sarebbero finite da loro, così, alla cieca -, li costringevano a ricordarsi l’esistenza di una legge che avrebbe potuto spedirli in prigione o radiarli dall’albo. Non osavano dire la verità, ossia che non avrebbero messo tutto a repentaglio per i begli occhi di una signorina che si era fatta ingravidare dal primo venuto. A meno che, da qualche parte, non ce ne fosse qualcuno disposto a sacrificare la propria vita pur di non infrangere una legge che lasciava morire le donne. Ma tutti sapevano bene che, anche se le avessero ostacolate nel loro proposito di abortire, quelle stesse donne l’avrebbero fatto comunque, in un modo o nell’altro. A fronte di una carriera rovinata, un ferro da maglia nella vagina aveva ben poco peso […] E, come al solito, era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito. Si giudicava in base alla legge, non si giudicava la legge».

L’essere dentro e fuori dalla narrazione consente all’autrice di rendere la materia della narrazione utile e funzionale per offrire una visione del mondo e per prendere posizione, per schierarsi. Da un punto di vista pratico questa dicotomia è risolta con l’utilizzo di parentesi tonde.

«(Nel momento in cui scrivo, alcuni rifugiati kosovari a Calais tentano di passare clandestinamente in Inghilterra. Gli scafisti esigono somme esorbitanti e talvolta scompaiono durante la traversata. Ma niente ferma i kosovari, né tutti gli altri migranti dei Paesi poveri: è la loro unica strada verso la salvezza. Si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni fa quella della mammane. Non si mettono in discussione né leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza. E ci dovranno pur essere, fra i traghettatori clandestini di oggi, come fra le ostetriche clandestine di ieri, alcuni che sono più affidabili di altri…)».

Si è qui in una dimensione ancora diversa, non più e non solo un tema, l’aborto, come questione personale e collettiva, ma una questione che supera anche la dimensione temporale per diventare pietra di paragone e approfondire altri temi, altre questioni come quella, appunto, della gestione dei flussi migratori.

L’evento è un libro necessario, com’è necessaria e bellissima la scrittura di Annie Ernaux: frammento che brilla in un mosaico di mediocrità.

Oscar Buonamano

Direttore editoriale di Carsa Edizioni ed Editor di Lector in fabula, European cultural festival. Gli studi di architettura, l’interesse per la letteratura contemporanea e la voglia di capire il mondo sono le passioni con le quali convive sul suo blog, Culture metropolitane, de L’Espresso. Tra le sue pubblicazioni, L’Aquila. La città e il nuovo millennio (2018), Pescara città giardino, le case della Pineta (2014), Il Pescara di Zeman (2012). È vice presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo.

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