Il 30 per cento dei #giovani laureati vuole lasciare il #Sud

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Il contesto che favorisce la fuga dei cervelli dall’Italia è noto. I dati che riguardano il Sud sono sconfortanti.

Arrestare e fronteggiare il fenomeno è un obiettivo fondamentale. Sul come fare e su quali basi intervenire sarà il tema del forum che si terrà, il 27 novembre prossimo, a cura del Cerisidi, nella sede del Castello Utveggio sulle colline di Palermo.

Per analizzare e cercare soluzioni a questo drammatico esodo, si incontreranno i rappresentanti di enti e organismi nazionali accreditati negli studi socio-economici che riguardano il nostro paese. Si tratta dell’Istat, della Svimez, della Luiss Guido Carli.

Il Cerisidi che si occupa di alta formazione e che si avvarrà della collaborazione della Fondazione Curella, cercherà di spiegare con gli studiosi le ragioni del fenomeno e come il sistema Italia ed il Mezzogiorno, stanno provando a recuperare terreno per trattenere i futuri protagonisti del panorama scientifico locale.

Nel corso della giornata saranno illustrati  dati e campioni statistici  riguardanti il fenomeno, con una fotografia dell’attuale situazione ed uno spazio che ospiterà testimoni qualificati ed esperti sulle nuove opportunità provenienti dal mondo universitario e dell’alta formazione.

La Sicilia, che ospita il forum, ha percentuali molto alte di laureati con la valigia in mano. E di coloro che vogliono migrare per lavoro, quasi il 30% é laureato ed inoltre  molti diplomati hanno deciso di studiare in atenei del Nord o all’estero.

Lucrezia Cicchese

Credo che ogni individuo abbia il privilegio di scegliere il modo in cui manifestare il suo più alto potenziale. L'ho fatto tornando nella mia terra d'origine: il Molise. A 19 anni, ho lasciato il Piemonte per trasferirmi a Campobasso e studiare Scienze della Comunicazione. Contemporaneamente ho iniziato a lavorare per varie redazioni locali fino a realizzare, nel 2008, un quotidiano online nazionale "italianotizie.it". Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, ho deciso di specializzarmi nella progettazione europea. Sono parte del gruppo di europegarage.it un portale sui finanziamenti europei.

Comments (4)

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    CAMILLO CAPOBIANCO

    19 Novembre 2015 - 13:36

    La volontà dei governi susseguitesi dalla fondazione della repubblica è stata di non far sviluppare il SUD, dalla sanità alle infrastrutture e alla formazione scolastica. Suggerire a Renzi di spostare l’asse del governo al SUD è inutile anche lui ha i suoi problemi con le lobby del nord. Investire al SUD sulla ricerca e un programma insostenibile per i politici. Far diventare il SUD una Silycon-Valley e improgrammabile per le lobby. Costruire strutture sanitarie adeguate manco a pensarci. Le regioni dovrebbero avere gli stessi stanziamenti sanitari, invece al SUD si stanziano spiccioli per la sanità e i meridionali sono costretti a portare il denaro della sanità del SUD al nord per essere curati. Manca al SUD una classe imprenditoriale che negli ultimi 20 anni è stata distrutta per la disoccupazione . Sono dispiaciuto per il SUD che forse non si risolleverà mai, forse sarebbe meglio staccarsi dall’Italia e ricominciare daccapo con persone che devono pensare solo al territorio MERIDIONALE:

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    aldo

    19 Novembre 2015 - 19:49

    a me il sud fa paura…….

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    fabio

    19 Novembre 2015 - 23:41

    più che abbandonare il sud si vorrebbe abbandonare l’ itaglia, dove la generazione dai 40anni in giù é stata praticamente distrutta, per gli altri si parla di diritti acquisiti, in realtà i diritti per i più o meno giovani non esistono più: lavoro precario quando c’ è. oppure senza art.18. senza diritto ad una pensione futura, se mai ci sarà con il contributivo sarà un importo di poco superiore alla pensione sociale. nessuna garanzia quindi e nessuna speranza di crearsi una famiglia ed un futuro, per non parlare dei giovanissimi. quelli sotto la soglia dei trent’ anni, la maggior parte dei quali non ha un giorno di contributi.
    Rendiamoci conto di quale società é stata costruita negli ultimi anni e poi capiremo realmente la crisi che ci attanaglia, crisi non solo economica ma anche sociale e culturale, e pensare che la generazione del mio papà a 20anni avevano quasi tutti il posto fisso.
    Ma gli economisti la chiamano flessibilità, di che, forse della civiltà incalanata verso un nuovo medioevo…

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    Crocetta de Marco

    27 Novembre 2015 - 09:46

    A proposito di fuga di cervelli…
    Tornavo qualche sera fa da Palermo, dall’aeroporto Falcone e Borsellino, e devi attraversare tutta la città per accedere all’autostrada che conduce alla parte più a sud della costa siciliana: raggiungevo la mia città, Agrigento, e dopo di noi, ci sono, infatti, le isole, le Pelagie, e poi l’Africa. Si era fatto già notte, l’aereo era atterrato alle 11 e vai, con le operazioni di sbarco, prendi la macchina al nolo, percorri quei 150 Km circa di notte attraversando le strade più brutte d’Italia, sempre funestate da incidenti gravissimi, strade che tutti noi, provenienti da città prive di Università, abbiamo sempre fatto per proseguire i nostri studi, affidati solo, noi e i nostri figli, alle preghiere dei nostri cari, da casa. Ed era il buio della notte, mentre percorrevo le strade dell’entroterra siciliano, a permettermi di vedere la mia bella terra, la Sicilia, in tutta la sua miseria , quando miseria è sinonimo di privazione: strade prive di luci, di segnaletica, strade tortuose che si ostinano a chiamare “a scorrimento veloce”, ma di veloce trovi solo qualche macchina che, guidata da un incosciente, rischia di venirti addosso affrontando, in un doppio senso di circolazione, una curva, effettuando un sorpasso sempre azzardato. Strade prive di qualsiasi struttura per sostare e riposare, una comunissima stazione di servizio per rifornimento di carburanti, strade buie e silenziose, che ti fanno sentire il posto che devi raggiungere molto più lontano di quanto effettivamente sia, perché il tempo si allunga nel silenzio lunare che avvolge le nostre strade di notte. Il pensiero è uno solo quando il sole non illumina il tuo bel mare e tu sei lì di notte e devi affrontare tutti quei chilometri per raggiungere casa tua, tanto agognata, i tuoi amici che hai lasciato lì a sonnecchiare, e per questo ti sembrano più fortunati di te, ed è un pensiero che genera rabbia: la Sicilia sarà sempre una terra abbandonata e dimenticata, che non vede progresso e non intravede alcuna speranza di un futuro migliore. E’ un pensiero che genera rabbia, ripeto, e meno male, perché questo sentimento che devi gestire all’una di notte mentre guidi, ti tiene sveglio, ti aiuta a non andare contro un muro, ti fa riflettere con la lucidità che non hai quando sei lontano, e allora dici: è per questa terra che io non trovo quiete quando sono sù, in quel Nord dove sono stato apprezzato e ho trovato il modo di impiegare le mia risorse, di essere me stesso, rinunciando a chiedere, a fare il portaborse del tizio politico, privandomi della mia dignità? E la stessa rabbia mi porta a pensare ad una questione meridionale sempre esistente, mai risolta, che vede i politici sempre più corrotti ed una classe dirigente inadatta a risollevare le sorti del Sud, interessata a mantenere quelle condizioni di perenne disoccupazione dei nostri giovani, di difficoltà ambientali che, ancora oggi, sono causa di isolamento geografico ed economico, vedi mancanza di aeroporti, di infrastrutture e di strade percorribili senza rischi, magari elevate al grado di autostrade.
    Ripercorrendo le fasi della questione meridionale, dalla nascita dell’Unità d’Italia (anno 1861), è evidente che alla base di tale questione ci sia stato un divario tra Nord e Sud, che ha visto forze economiche e industrializzazione concentrate al Nord, mentre era costante l’impoverimento delle masse contadine, la loro arretratezza culturale e la loro dipendenza dai ceti dominanti, il cui unico obiettivo era quello di controllarne il consenso e assoggettarle ai loro bisogni. Molti furono i fautori di una politica che sanasse le storture del sistema italiano e le sperequazioni tra Nord e Sud, sottolineando la necessità di una programmazione di interventi a favore del Sud, che non furono mai realizzati. Il loro fallimento servì solo a dimostrare la debolezza di tutte le operazioni di rilancio per il Sud, segnando il destino amaro di questa Regione. Ad oggi, possiamo dire che non è cambiato niente, la Sicilia rimane l’ultima regione d’Italia nelle varie voci: industrie, infrastrutture, strade, occupazione, attività culturali e moderna alfabetizzazione, perché priva di risorse economiche e investimenti di ricchezze che facilitino la sua industrializzazione, e aiutino la nostra Regione a sanare il gap che ancora esiste tra Nord e Sud.
    Ma, come farà la Sicilia ad emergere, a superare questo divario con le sue sole forze, turismo, clima ,se lascia scappare i suoi giovani migliori che, appena laureati, cercano occupazione, emancipazione da queste ataviche schiavitù che hanno segnato per secoli la loro regione, in Regioni del Nord, dove non sentiranno parlare più dei nuovi politici della loro terra, dove loro si sentono discriminati solo da una posizione sociale che sa di corruzione: tu non hai nessun politico alle spalle, quindi non puoi andare avanti! I nostri giovani che vanno via portano con sé tanta amarezza, ma non smettono di coltivare in cuor loro la speranza di ritornare per spendere le loro energie nella loro terra, realizzare quel cambiamento che ancora si attende dall’Unità d’Italia e da oltre 60 anni dall’ultima guerra, che faccia finalmente superare questo divario tra Nord e Sud e si possa costruire, così, una vera unità nazionale.

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