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La prossima volta giuro che non mi ammalo

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Se non ti vuoi ammalare, non andare in ospedale.
Come dire: se vuoi imparare, non andare a scuola. Oppure: se ti vuoi divertire, non vedere un film comico. Ma perché l’ospedale rischierebbe di far ammalare invece che guarire? Perché uno teme di entrarci mezzo ammaccato e di uscirne tutto sfasciato? I medici non c’entrano, gli infermieri neanche, e nemmeno le medicine. Il fatto è che un ospedale fa ammalare perché è un ospedale: almeno così viene percepito, come si dice adesso. Nessuno pretende che sia un albergo o un B&B. Ma nemmeno una caserma.
VITA STRAVOLTA – Tanto per cominciare, gli orari. Un buon mediterraneo è abituato a fare colazione alle 9, a pranzare alle 14, a cenare dalle 21 fino a notte se va in giro per bagordi. In ospedale colazione alle 7, pranzo alle 12, cena alle 18: tanto che uno dice, ma che stiamo in ospedale? E poi alle 6 i prelievi e alle 20 silenzio, come quando passa il caporale in camerata, o il monaco guardiano in convento. Televisore? Uno sgarruppato residuo dell’ultima guerra sintonizzato su Rai1 (e senza audio) anche quando la partita la danno su Sky.
Ma che pretendi, in fondo stai in ospedale. Magari pretendi un’alba meno movimentata specie se sai che i prelievi li fai alle 6 solo perché se ne occupa l’infermiere del turno di notte che se ne deve andare alle 7. E un essere normale di questi tempi è abituato a un sonno che generalmente non va dal tramonto al canto del gallo. E quanto ai pasti, mangi in orario da ospedale perché quelli delle mense terminano i turni alle 13 o alle 19 e non c’è straordinario. Non ne parliamo dei bagni, c’è anche un pudore nei propri bisogni e non sempre quando scappa si può rimandare perché c’è la coda.
Certo in ospedale c’è gente che sta male e c’è poco da sottilizzare, anche se chi purtroppo sta troppo male dovrebbe essere protetto da chi deve solo fare controlli e se ne va girando. E comunque non dovresti stravolgere la tua vita proprio dove vai per garantirti una vita meno stravolta. Ci dovrebbe essere un fiore in ogni reparto e non solo la Madonnina tanto buona ma che fa pensare al peggio. E non ci dovrebbero essere muri scrostati che fanno temere anche a te di finire a pezzi come i muri. Insomma l’ospedale dovrebbe essere luogo di accoglienza non di ostilità. E dovresti sentirti al centro dell’attenzione non una varia ed eventuale. Non è colpa tua se stai là a disturbare una organizzazione che non ti ha previsto nella sua disorganizzazione.
IL REBUS PARENTI – Magari io non so la differenza fra una colite ulcerosa e una sinusite. Ma il medico mi fa il favore di dirmi perché ho l’una o l’altra, e non come se stesse discutendo coi suoi colleghi luminari a un congresso. Tanto meno con un sussiego più di potere che di dedizione. Il paziente è già un soggetto debole e pieno di paure, ma non bisogna essere necessariamente ipocondriaci per temere chissà cosa sentendo parlare di flogosi o astenia e devi vedere sull’enciclopedia medica quanti giorni ti restano. La psicologia dovrebbe valere quanto la specializzazione in cardiologia o ortopedia, così come un sorriso dovrebbe essere non meno importante di una pillola o una flebo.
E questi parenti, finiamola con l’ipocrisia. Molesti e ingombranti quando il primario col suo codazzo deve farsi il giro dei letti, invocati quando infermieri o dottorandi non ce la fanno fra terapie e campanelli che strillano. Più che un controllore dell’andamento in corsia, il parente è un conforto per gli spaesati pazienti in un momento difficile. Le due ore concesse in certi reparti sono come le ore d’aria del carcerato. Ma anche le famiglie grondanti di cugini e nipoti (specie dove arriva la cicogna) devono aver pensato di andare a Fantasyland. Si spieghi poi a certi portieri che la portineria non è il luogo di ritrovo di amici di tressette ma il primo biglietto da visita per chi arriva. E si spieghi a certi direttori che l’ospedale non è un suk arabo in cui chiunque può circolare con le sue bibite e i suoi snack.
Lasciamo stare i pronto soccorso, spesso anticamere dell’inferno loro malgrado. Ma un ospedale sia un luogo di umanizzazione non di avvilimento. Un luogo in cui i ricoverati non sono reclute, i pasti non sono rancio, gli orari non sono da casa di pena. Un luogo in cui i medici siano una mano tesa, i farmaci una speranza, i malati degli ospiti da liberare sùbito perché hanno altro da fare. Altrimenti la prossima volta giuro che non mi ammalo.

Lino Patruno

Lino Patruno, laureato in Economia con indirizzo sociologico, è stato direttore responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari dal 1995 al 2008. Ha a lungo diretto l’emittente televisiva "Antenna Sud" E’ attualmente editorialista della stessa Gazzetta oltre che collaboratore di periodici nazionali. Ha insegnato per 14 anni anni Comunicazione Pubblica ed Economia e Tecnica della Pubblicità all’Università di Bari. E’ attualmente direttore della Scuola di giornalismo dell’Ordine di Puglia e dell’Università di Bari, per la quale insegna Scrittura giornalistica. Ha tenuto centinaia di conferenze, seminari, laboratori soprattutto sui temi della comunicazione e della storia del Mezzogiorno. Ha scritto una quindicina di libri su cultura, ambiente, società, economia di Puglia e Basilicata e del Sud: gli ultimi, (Manni ed.), (Rubbettino ed.) e ora in libreria "Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia" (sempre per Rubbettino). Ha vinto decine di premi, compresa la menzione speciale al Saint Vincent per la campagna a favore del premio Nobel per la pace al Salento svolta dalla Gazzetta. Sportivo dilettante, ha corso fra l’altro due maratone di New York ed è cintura marrone di karate.

Comments (5)

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    Bizio

    21 Marzo 2015 - 17:24

    e poi chi ruba, ha una camera in due o tutta per se , altrimenti il sindacato si lamenta che le celle sono sovraffollate
    ha il bagno in camera
    hanno la tv
    le sigarette
    ecc. ecc. ecc.
    meglio che all’ospedale…
    ci credo che sono sovraffollate, si sta meglio che in un Motel !

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    Terry

    21 Marzo 2015 - 18:21

    Sono concorde con Lei! purtroppo sono nella condizione di dover frequentare il luogo da Lei descritto diverse vote nel corso dell’anno. Spesso mi sono domandata perchè? Perchè si viene trattati male… non lo abbiamo scelto noi di essere li! Perche chi svolge le varie mansioni dall’usciere al primario, lo fa con “malavoglia con svogliatezza e purtroppo a volte con rabbia ?” Il malato in quanto tale dovrebbe ricevere oltre alle cure un costante supporto morale, un sorriso, che, “tra l’altro non costa nulla” ma soprattutto dovrebbe vivere quei momenti di sofferenza in un luogo accogliente e sereno. Purtroppo è così e come spesso faccio notare ad amici o conoscenti che si lamentano del proprio mestiere NESSUNO li obbliga a fare quello che fanno quindi consiglio loro di riflettre su cosa fanno e su altri eventuali lavori, come per esempoi il minatore l’addetto agli alti forni il raccoglitore di pomidori ecc. ecc. Se si fermassero davanti alla porta di uno di questi LAVORI forse diventerebbero più cortesi e umani.
    Grazie per il suo articolo purtroppo drammaticamente vero.
    Terry Martini.

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    Roberto Piazzo

    21 Marzo 2015 - 21:19

    Se scrive da esperienza vissuta sulla sua pelle allora, me lo consenta, ha avuto un po’ di sfortuna. Non tutti gli ospedali sono come quelli che lei descrive . Per fortuna ? No, perchè nella maggior parte vi lavorano persone attente che hanno dedicato la loro vita per aiutare il prossimo. Lo hanno fatto e continuano a farlo in quanto consapevoli della sofferenza che penetra impietosamente l’anima ed ogni fibra del corpo. Continuano a farlo anche se a loro viene chiesto di non spendere piu’ di quanto è stato previsto dal loro budget, perché i conti vengono prima della salute. Sarà forse anche per questo che sono avari di sorrisi e di pacche sulle spalle.Perchè stanchi di affrontare e risolvere aspetti della sanità che con la sanità hanno ben poco da spartire.Vorrei ricordarle che , nonostante tutto,la sanità italiana è , insieme a quella francese ai primi posti , a livello mondiale. Se poi ha riportato per sentito dire, perché l’amico o il vicino di casa le ha detto che un suo amico gli ha riferito che etc. etc. , allora osservi quando si reca in ospedale e vedrà il primario ” con il suo codazzo ” ( mi sa tanto di dispregiativo , ma forse mi sbaglio) fare il suo lavoro, che magari gradirebbe discutere con i suoi collaboratori la complessità di certi quadri clinici con un minimo di serenità. Lo guardi quando curvo sulle sue spalle sente il peso di responsabilità grandi e magari è anche stanco perché non ha dormito bene , pensando ad un paziente o per una notte trascorsa in sala operatoria. Detto questo le auguro di non ammalarsi mai , perché chi si ammala è solo, è sempre solo, anche se circondato dall’affetto dei suoi e dai medici piu’ bravi e compassionevoli .U caro saluto.

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    Carlo Talarico

    21 Marzo 2015 - 22:03

    L’estensore dell’articolo ha scritto delle cose sacrosante che nelle nazioni europee sono già in atto, mentre da noi si continua con tutto quello che c’è di negativo. È una questione di civiltà che ci impone certe scelte, anche se possono dispiacere ad una parte della classe medica ed infermieristica che vedono ancora il paziente come un soggetto che devono trattare come un oggetto privo di personalità propria.

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    paolo pierazzini

    22 Marzo 2015 - 08:14

    ma se coloro che sono al TIMONE o anche nelle vicinanze mangiassero meno, o meglio non mangiassero, forse queste cose non succederebbero.

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