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Lo Stato ha abbandonato le imprese del Sud. Ecco i numeri

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Nel mirino della spending review, il termine anglosassone con il quale il governo ha voluto chiamare la drastica cura dimagrante della spesa pubblica, ci sono anche gli incentivi alle imprese.

Nulla di male, tutti devono dare il loro contributo. Solo che, considerando l’andamento delle agevolazioni, si scopre che, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto è paradossalmente, proprio l’area più debole del Paese, il Mezzogiorno. I dati sono eloquenti. Nel 2006 lo Stato erogava circa 12 miliardi di incentivi all’anno. Al Sud andavano circa 8 miliardi, al Nord quasi 3.

Nel 2011 il rapporto si è praticamente invertito. Il sistema produttivo del Nord ha continuato a ricevere i suoi tre miliardi di euro. Nel Sud, invece, si è passati da 8,5 a 1 miliardo di euro. In termini percentuali, la quota di incentivi concessi destinata al Mezzogiorno è passata dal 75% al 27%.

E, tutto questo, negli anni più duri della recessione, quando forse sarebbe stata necessaria una politica industriale efficace per salvare l’apparato produttivo e costruire le basi per un suo possibile rilancio. In sostanza, si legge nell’ultimo rapporto pubblicato dalla Svimez, “le regioni meridionali hanno subito una riduzione drastica dell’intervento pubblico a sostegno degli investimenti del sistema produttivo proprio in una fase di debolezza della congiuntura economica. Nel frattempo, l’area più ricca del Paese ha potuto contare su un apporto stabile delle risorse pubbliche”.

Ma non basta. Più in generale, secondo il rapporto sugli aiuti di Stato pubblicati dalla Commissione Europea, per alcuni dei principali paesi di eurolandia, come l’Italia, il perseguimento degli obiettivi di politica industriale è stato molto meno intenso. Tanto che il divario fra il nostro Paese e la media europea, già manifestatosi a partire dal 1999, si è ampliato dal 2008 in poi, vale a dire negli anni più duri della crisi.

Ormai da qualche anno, osservano gli esperti dello Svimez, il peso del Pil sugli aiuti di Stato è arrivato ad essere nel nostro Paese meno della metà dell’aggregato europeo, molto distante dai paesi nostri diretti concorrenti, come la Francia e la Germania (nel 2011, abbiamo raggiunto lo 0,18% del Pil contro lo 0,48% dei tedeschi e lo 0,52% dei francesi).

Che cosa è successo? Semplice: per seguire le politiche del rigore e rimettere in sesto i conti pubblici, si è provveduto a tagliare laddove era possibile. E, sotto la scure dell’Economia, sono finiti proprio gli incentivi diretti al sistema produttivo che, paradossalmente, è proprio quello che ha pagato il prezzo più alto in termini di chiusure di imprese e di perdita di posti di lavoro. Ma con un particolare che ha ulteriormente aggravato la situazione: il risparmio, il sacrificio, non è stato uguale per tutti. Ma, è stato più intenso proprio nel Mezzogiorno, che ha registrato negli ultimi cinque anni il calo di prodotto interno lordo più accentuato.

Una riduzione che è avvenuta nel silenzio di tutti gli attori, senza che il Sud potesse dire alcunchè. Ora che mister forbici, all’anagrafe Carlo Cottarelli, il manager incaricato dal governo di mettere a dieta i nostri conti pubblici, sta preparando la sua cura drastica, c’è almeno da chiedere che questo trend sia tenuto in debita considerazione. E che, se si deve tagliare, almeno si ristabilisca un minimo di equilibrio fra Nord e Sud.

Antonio Troise

Antonio Troise. Napoletano doc, dopo 27 anni di carta stampata, quasi tutti al Mattino ma con qualche incursione nei settimanali (Panorama, Mondo...) e sporadiche collaborazioni sul piccolo schermo (Rai e Tv locali) ha deciso di voltare pagina, fulminato dalla rivoluzione digitale. Web, blog, social network sono gli strumenti che offrono ai giornalisti la possibilità di riconquistare autonomia e creatività. E dare voce anche al Sud, avvolto da una cappa di assordante silenzio. E, invece, proprio la Rete offre un’occasione in più per narrare e per restare al Sud.

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