Quella che verrà trasmessa questa sera in prima sera su Rai1 non è una storia di morte e neanche di tristezza ma una storia febbricitante di vita, la stessa che ha animato per una vita intera Giuseppe Fava, il giornalista freddato da Cosa Nostra con cinque colpi di 7,65 il  4 gennaio 1984. “Prima che la notte”, il film mandato in onda  in occasione della Giornata della Legalità, non è la solita commemorazione televisiva, ma molto di più. Il film diretto da Daniele Vicari, con protagonista Fabrizio Gifuni, è un vero e proprio cinema di qualità che fa comprendere al meglio quello che è e dovrebbe sempre essere il giornalismo, un mestiere che dovrebbe resistere nonostante il più delle volte voglia essere fatto tacere.

Nel 1980, dopo cinema, teatro e radio, Pippo Fava tornò a Catania con l’intento di aprire un giornale cercando di scrivere di ciò che accadeva senza autocensure per poter fare liberamente le sue inchieste; ecco che chiamò a lavorare con sé nella redazione de “I Siciliani” un gruppo di ragazzi, che trascinò con il suo entusiasmo, la sua ostinazione, il suo bisogno di verità, a denunciare le stratificazioni della mafia della sua città. A vestire i panni del figlio Claudio, troviamo Dario Aita che ancora una volta lascerà il pubblico di telespettatori senza fiato per la bravura con la quale, in maniera estremamente delicata, affronterà le vesti del figlio di colui che ha fatto della sua etica e del suo coraggio i propri punti di forza per i più giovani.

Perché hai deciso di dire sì a questo film?

E’ una storia molto importante e troppo poco conosciuta, a mio avviso. Conoscevo la produzione, avendoci già lavorato. Seguivo già da tempo il regista Daniele Vicari e poter essere diretto da lui è stato bellissimo. Inoltre, affianco un mostro di bravura qual è Fabrizio Gifuni. Non potevo che accettare questo progetto per Rai1.

“Prima che la notte”: ci spieghi perché proprio questo titolo?

E’ un titolo scelto da Claudio Fava e Michele Gambino, gli stessi autori dell’omonimo libro dal quale è tratto il film. La notte in cui è morto Pippo ha segnato uno spartiacque tra la giovinezza e l’età adulta. E’ il racconto prima dell’uccisione del giornalista, prima cioè che i sogni andassero in frantumi, esattamente come le speranze di potercela fare. Quel vitalismo di cui era portatore con la sua morte è venuto a mancare; i suoi giovani hanno preso coscienza di quanto la vita potesse essere crudele.

Vesti i panni di Claudio Fava. Come ti sei preparato per questo ruolo?

Sono partito dalla sceneggiatura, cercando di affrontare il personaggio come se non fosse mai esistito: ho tentato di non farmi trascinare dal vortice che può crearsi nel momento in cui ci si avvicina moltissimo a una vita reale, con tutte le sue molte sfaccettature e dettagli. Ho letto i libri di Claudio Fava e, attraverso le sue stesse parole, ho cercato di costruire una mia personalissima immagine di lui.

Quale rapporto c’era tra padre e figlio  chi è per te Claudio Fava?

Il padre era l’anima adolescente mentre il figlio si sentiva investito da una sorta di responsabilità paterna. Nel momento in cui suo padre viene a mancare lasciandogli un’eredità non indifferente, ha dovuto scegliere se accettarla o meno. Ho provato a costruire la sua anima da un frammento delle sue parole; in quegli anni, era un giovane pieno di energie, profondamente sensibile con una sfida enorme nella propria esistenza, ovvero quella di essere all’altezza del proprio genitore.

Giuseppe Fava e i giovani. Quale legame si instaura tra i due?

Pippo era un artista nel vero senso della parola, con una creatività fuori dal comune. La sua grande impresa è stata quella di creare un gruppo di ragazzi protagonisti della vita culturale dell’informazione italiana, allora, esattamente come oggi.

Per molti Fava ha creato una vera e propria scuola di giornalismo. Qual è il compito del giornalismo oggi secondo te?

Lui affermava: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali». Credo che sia e debba essere proprio così; lui stesso sottolineava quanto l’informazione avesse un ruolo determinante nella società. Oggi è cambiata profondamente rispetto a quegli anni ma resta l’insegnamento che ci ha dato, ovvero quella capacità critica che dobbiamo avere tutti. Il coraggio di un vero giornalismo, libero e non schierato da una parte o dall’altra fatica ad esserci sembra oramai essere sempre di meno. Eppure anche ai giorni nostri ci sono cronisti sotto scorta o che anche pagano e hanno pagato con la propria vita per fare liberamente il mestiere che hanno scelto, a dimostrazione di come di fatto ciò che ci ha lasciato Fava siano andati perduti del tutto.

Fava sosteneva: «A che serve essere vivi se non c’è il coraggio di lottare?». Nel periodo storico che viviamo per cosa, secondo te, dovremmo avere il coraggio di lottare?

Non ritengo ci possa essere una classifica. Credo però che si debba lottare per la libertà, di essere sé stessi e di credere nella forza dei propri sogni. Ognuno di noi deve avere la possibilità, la capacità e la voglia di combattere per quello in cui si crede.

Qual è la vera forza di Pippo Fava?

Ha avuto il coraggio di essere libero e di lasciare un’importante eredità ai giovani, investendo tutti i suoi ideali in loro. Ha vissuto con una positività pazzesca, senza essere mai retorico.

Cosa vorresti arrivasse al pubblico di “Prima che la notte”?

Mi piacerebbe che gli spettatori che vedranno questo film si armino di voglia di fare e di non arrendersi, nonostante le difficoltà che si possono incontrare. “Prima che la notte” è un atto di bellezza” e mi auguro che ognuno di noi capisca che l’unica ancora di salvezza  in questa vita è quella di creare bellezza.