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Diego, il Calcio. E quella magia che ci mancherà

Premessa numero uno. Non mi farò risucchiare dalla retorica ampollosa del Difensore del Sud del mondo o del Paladino dei più deboli. Diego è stato un personaggio enorme, non poteva non essere un fenomeno sociale altrettanto grande e impattante, certamente, ma la narrazione sarebbe molto diversa se invece che di Fidel Castro o di Chavez o di Morales, fosse stato amico di Videla.

Premessa numero due. Non atterrerò nelle paludose terre del privato, nei meandri della tossicodipendenza, nelle oscurità dei rapporti con la camorra, nel grigiore del fisco evaso e dei piombini sparati ai giornalisti, nel buio della domenica notte, del lunedì notte e del martedì notte trascorsi nei compiacenti locali di Napoli a tirare cocaina e a scegliere la ragazza con cui fare mattina.

E allora, dice, di che vuoi parlare? Semplice. Voglio provare a ricordare a me stesso e agli altri che Diego è stato, prima di tutto, Il Calciatore. Ho letto troppe cose che lo collegano alle due premesse, tanto da rischiare di offuscare – impossibile – la sua genialità, il suo modo di stare in campo e di decidere come sarebbe dovuta andare una partita. E, in questo caso sì, voglio scrivere del suo essere etereo, “Celeste”, paradisiaco. Ecco, chi trova blasfemo l’accostamento della religione al calcio dovrebbe discutere anzitutto dell’utilizzo della dizione “fede calcistica”. Con la minuscola, chiaramente, perché tutto è una enorme metafora. Diego era un dio – giocando col suo numero di maglia è una vita che lo chiamiamo D10S -, e non voglio stare qua a ripetere quelle cose rancide del tipo “con il pallone faceva quello che voleva”. No. A fare quello che vogliono con il pallone sono in tanti. Persino io, a volte, dicevo di volerla mettere all’incrocio e ci riuscivo.

Diego era un dio perché solo gli dei sanno conquistare in maniera così scriteriata, sanno ammaliare in maniera così clamorosa, sanno emozionare in maniera così dirompente. Non esiste altrove, è impossibile trovare altrove quella stessa magia che Diego riusciva naturalmente a mettere in ogni tocco di palla, in ogni gambeta, in ogni calcio di punizione, in ogni passo di skip durante il riscaldamento, in ogni rovinosa caduta dopo un fallo, in ogni falcata palla al piede. Per ragioni anagrafiche non l’ho mai visto giocare, ma ne ho consumate videocassette e visti video da Youtube! Diego era tutto quello che in campo vorresti vedere. Genio, allegria, inventiva, correttezza (a parte la scazzottata nel Barça, mai una protesta), concretezza, umiltà. E leadership. Una leadership chiarissima a Napoli fin dal primo momento: nel 1984 abbiamo concluso ottavi, in tre campionati scaliamo la classifica fino alla conquista del Sogno. Una guida, un carisma, un’autorevolezza riconosciute da tutti: compagni, avversari, tifosi. Perché decisive. A differenza di molti altri campioni del presente, Diego le partite determinanti le risolveva. Sapeva cosa fare per fargli prendere la piega giusta. Nel 1986 si carica sulle spalle una Seleccion dal valore discutibile e la trascina sul tetto del mondo. Nel 1990 va a undici metri dal bis, con una squadra forse ancor meno valida.

Come fa a diventare leggendario un calciatore che si riscalda sulle note di una canzone, rendendola peraltro leggendaria a sua volta, se non perché ha in sé una dote magica, artistica, lunare? La stessa dote paradisiaca che gli consentiva di dribblare da terra, di cadere solo se atterrato da tre avversari, di vedere corridoi che per altri non esistevano, di far impigliare goffamente i portieri nella rete, di immaginare e rendere reali traiettorie che neanche nei disegni, di calciare un rigore come se stesse giocando con sua figlia. La grandezza di Diego sul campo ce l’hanno restituita i suoi colleghi. A parte qualche eccezione – invero indecorosa –, tutti hanno finalmente confessato: era il migliore. E dietro di lui l’abisso, aggiungo io. Sono condizionato dalla mia incrollabile fede azzurra? Chi lo sa. Ma mercoledì 25 novembre, dopo il fiume di lacrime delle cinque e mezza del pomeriggio, ho cominciato a guardare i profili social delle altre squadre. Specie di quelle che con il Napoli di Diego hanno battagliato negli anni 80. Se la Juve ha scelto di pubblicare – senza aggiungere verbo – il video della punizione contro la Fisica, è stato il tweet dell’Inter che mi ha commosso perché intriso di verità. “Ogni epoca ha il suo numero dieci. E poi c’è il Numero Dieci di ogni epoca”. Qualche tifoso si è detto addirittura orgoglioso di aver subito reti da lui. Da Oscar.

E allora, se, come dice il grande Federico Buffa, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, io aggiungo che chi non sa amare Diego non sa nulla di calcio.

Si può sempre ovviare, ché di filmati ce n’è a dismisura. Ma occhio: potreste addirittura innamorarvi.


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