Storia di una siciliana ribelle: “L’unica #speranza è non arrendersi mai”

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“Nel cielo ci sono milioni di stelle, ognuna nasconde un piccolo segreto. Ognuna ha un lungo viaggio da compiere ed una di esse, proprio la più piccola e la più lucente, sta compiendo per me il più lungo dei viaggi per arrivare in un luogo chiamato infinito”, queste le parole della piccola Rita pronunciate in una delle scene iniziale del film di Marco Amenta, La siciliana ribelle.

Proprio così immagino Rita da piccola, a bordo di una moto in corsa insieme al padre, mentre sogna di volare. Apre le braccia. Poi si avvinghia a lui. Sente la pistola infilata nella sua vita ma sembra non stupirsi. Anzi, non si stupisce affatto.

Rita è cresciuta credendo che esistessero due mafie: una buona ed una cattiva. Il padre faceva parte di quella buona perché aiutava le persone in difficoltà che gli chiedevano aiuto. Perché restituiva le pecore a coloro ai quali venivano rubate. E soprattutto non voleva il traffico di droga a Partanna. Rita non sapeva che uccidere per vendetta non significasse aiutare. Non sapeva che fosse il padre stesso a rubare quelle pecore e a pretendere il pizzo per restituirle. Non sapeva che la scelta di suo padre di rifiutare il traffico di droga non fosse affatto legata ad un motivo etico o morale, ma semplicemente di comodo. Su una cosa, però, non si sbagliava: l’amore di Don Vito per lei. Era lui che la coccolava, che giocava con lei. Era lui che l’aveva voluta al punto tale da pagare il medico al quale la moglie si era rivolta per abortire. Un aborto avrebbe messo a rischio anche la vita della madre, questo avrebbe dovuto dire il medico. Questo disse. Rita nacque ma quella madre ha continuato a rifiutarla: non conosceva le sue carezze, ma la sua cinta; non poteva giocare con i giochi più belli, perché erano i più belli e, quindi, intoccabili. Spesso passava ore con la madre, quelle, però, in cui veniva da lei sorvegliata in silenzio durante la sua punizione: in piedi anche per 10 ore senza potersi muovere solo perché non aveva svolto i compiti in soli 20 minuti.

Don Vito era un mafioso, e non un mafioso buono come Rita credeva ma l’amore per quella bambina, credo, sia stata la “salvezza” di Rita. Non potrei in altro modo giustificare la grandezza di una ragazza che nelle sue pagine di diario non condanna la madre per l’odio che aveva verso di lei, ma la giustifica essendo consapevole del duro passato di quella donna che l’aveva fatta diventare così cinica. Nonostante tutto non aveva paura per la sua vita, ma per mettere a rischio quella di sua madre. Nonostante tutto sperava di vederla quando era a Roma con sua cognata Piera Aiello, ma Giovanna, la donna in lutto dalla morte del marito, non aveva alcuna intenzione di andare a far visita alla figlia, quella creatura che aveva persino minacciato di uccidere se avesse parlato seguendo il “cattivo” esempio di Piera. Eppure, nonostante tutto, Paolo Borsellino cercava di infondere in Rita la speranza che un giorno tra loro le cose sarebbero cambiate. Io sono certa che Paolo Borsellino sapesse che quella donna non sarebbe mai cambiata, ma perché privare quella ragazzina ancora minorenne di un sogno così semplice come quello di avere una madre che ama la propria figlia? Fino all’arrivo di quel giorno, di quel ricongiungimento, lui sarebbe stato al suo fianco. Sempre.

Senza fatica Paolo è diventato il padre, il fratello, l’amico, il confidente di Rita e di Piera. Di lui si fidavano, nonostante fossero cresciute in una città il cui motto era: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Ma è ovvio che per Piera fosse tutto più facile. Aveva alle spalle una famiglia che l’amava, che la appoggiava in ogni scelta. Anche in quella di denunciare tutto. Una famiglia che le aveva insegnato che la mafia è una e va rifiutata. È vero, Piera sapeva che suo marito Nicolò avesse una pistola sempre con sé. Aveva anche visto la calza di nylon quella sera che tentò di uccidere Catalano, ma aveva cercato in tutti i modi di persuaderlo che la vendetta non era la soluzione all’ uccisione di un padre. Anche quando quel padre era tutto. Ma neppure la minaccia di Piera di voler entrare in polizia per denunciarlo avevano fermato il fratello di Rita. Doveva uccidere gli assassini di suo padre. Ma nonostante le botte ricevute al pronunciare quella minaccia, Piera porterà avanti il suo obiettivo: tentare di entrare in polizia. Forse sarà proprio la sua determinazione a convincere Rita a denunciare. Era quella la soluzione migliore.

Una mattina, invece di andare a scuola, Rita si reca al palazzo di giustizia di Sciacca. Voleva denunciare. Voleva vendetta. Non conosceva il senso della parola giustizia. E, poi, suo padre era un mafioso buono. Presto, però, la piccola Rita dovrà fare i conti con la realtà, con le sue origini. Ripenso alla scena finale del film, quando Rita ormai cresciuta porge al giudice la pistola di suo padre. Con quella il mafioso “buono” aveva ucciso, proprio come quegli uomini dietro le sbarre avevano ucciso suo padre, suo fratello e tanti altri padri e fratelli. Rita aveva capito che suo padre era un mafioso. Punto.

Rita era cresciuta e Borsellino l’aveva accompagnata per mano in questo percorso di formazione. Per questo detestava essere definita “pentita”, perché non aveva commesso reati. Era una “testimone di giustizia” perché voleva testimoniare e voleva farlo nella speranza di un mondo migliore.

5 giugno 1992. Rita insegue ancora il suo sogno: diventare direttrice d’albergo. Sostiene gli esami di ammissione per passare all’istituto alberghiero di Erice e in quella occasione sceglie la traccia che chiedeva un commento sulla morte di Giovanni Falcone.

Le sue ultime parole furono: “L’unica speranza è non arrendersi mai. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questo o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esiterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Meno di due mesi dopo Rita non avrà più alcun sogno se non quello di poter riposare per sempre al fianco di suo padre e suo fratello. Tailler nero, papillon e solo rose rosse e un giglio bianco sulla bara. Queste le ultime richieste fatte a Piera.

26 luglio 1992. Rita si getta dal settimo piano della sua nuova abitazione. La sua missione su questa terra era giunta al termine ed ora avrebbe potuto ricominciare a sognare accanto al padre e al fratello. Sono certa che prima di gettarsi da quella terrazza avesse pensato a loro e prima ancora a Paolo Borsellino. Solo degli amori così grandi, così forti ma assenti, possono aver dato ad una ragazza di soli 17 anni il coraggio di rinunciare alla sua vita. Di gettarsi nel vuoto, per sempre.

Ilaria Fiore

Ilaria Fiore

Ho 23 anni, vivo a Matera e sono iscritta alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari, curriculum: editoria e giornalismo. A scuola ho sempre avuto due passioni: la matematica e l’italiano. Conseguito il diploma mi sono ritrovata a scegliere cosa fare delle mia vita: ho guardato dentro di me e tra i miei due “amori” ho scelto quello che più mi emozionasse. La scrittura mi permette di esprimermi nel modo in cui la sola voce non mi consentirebbe di fare; di fermare il volo dei miei pensieri; di viaggiare in altri luoghi e in altri tempi. La scrittura è comunicazione e la comunicazione siamo noi. Sto studiando per diventare giornalista e lavorare nella mia terra per raccontare tutte le sue verità. Adoro immortalare i momenti con uno scatto fotografico. Guardare uno fotografia significa trovare una nuova fonte d’ispirazione per scrivere il proprio mondo interiore. Come diceva il grande Walter Benjamin: “Si capisce come la natura che parla alla cinepresa sia diversa da quella che parla all’occhio. Diversa specialmente per il fatto che al posto di uno spazio elaborato dalla coscienza dell’uomo interviene uno spazio elaborato inconsciamente”.

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