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Ladri di speranza

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Giovedì 21 aprile, commentando i colpi di kalasnikov esplosi davanti a una caserma dei carabinieri di Napoli, scrivevamo: «Questa convinzione malefica (il considerare, cioè, da parte dei camorristi, l’appartenenza alla camorra come cosa del tutto normale) è resa ancora più ferrea quando qualche uomo in divisa cade nella trappola della corruzione. Fa più male un solo appartenente alle forze dell’ordine, un magistrato, un politico corrotto che mille camorristi messi insieme».

Leggiamo, in questi giorni, che un prete siciliano è scappato con una donna dopo aver sottratto quasi 30.000 euro dalla cassa per la beneficenza. Le parole dette per i fratelli che indossano la divisa, la toga o la fascia tricolore valgono anche per i fratelli in abito talare. Anzi di più. Molto di più. Ed è giusto che se diventiamo severissimi con i primi, a maggior ragione sappiamo esserlo con i secondi. Dei ladri di professione non ho paura. Troppi ne ho visti per rimanere esterrefatto alla notizia di una qualche ruberia.

Ciò che fa male, invece, è chi ruba dopo aver giurato solennemente di non farlo mai. Costui, sia esso un magistrato, un politico, un appartenente alle Forze dell’ordine o un prete, infatti, non porta via le cose, ma defrauda i ragazzi della speranza, della fiducia, della capacità di impegnarsi per un mondo migliore. Troppe volte e da troppa gente sento parole di rassegnazione, di scoraggiamento, di delusione. Troppe volte e da troppi giovani sento dire che “non ne vale la pena”, che “tanto sono tutti uguali”, eccetera.

Non è un segreto che la disaffezione alla vita sociale e politica di tanti giovani affonda le radici in questa convinzione. Come non è un segreto che il motivo dell’ allontanamento dalla fede di tanta gente è da ricercare negli scandali di alcuni uomini di Chiesa. È giusto, perciò, dopo aver espresso un giudizio severo verso i ladri in divisa, farlo, anche verso ladri in abito talare. Che, a nostro parere, sono ancora più colpevoli. Non entriamo – non vogliamo entrare – nella vita privata dell’ ex confratello. Non ne abbiamo il diritto. Può accadere a chiunque che, dopo aver emesso un giuramento, una professione, un atto di fede, venga travolto dalla vita e sceglie di ritornare indietro. Che il prete di cui parliamo, quindi, si sia innamorato e abbia deciso di cambiare strada, è una sua scelta. Ciò che invece mi intristisce è che abbia messo le mani sulla cassa della chiesa. Questo no. Questo non “s’ ha da fare”.

Per carità, non siamo santi. Qualche santo lo abbiamo incontrato ed è stata una grazia straordinaria. Noi ci accontentiamo di essere persone normali. Persone che dicono quello che pensano e pensano quello che dicono. Che hanno a cuore il consiglio di Gesù: «Sia il vostro parlare si si, no no. Il di più viene dal maligno … ». Non siamo santi, ma della santità sentiamo una struggente nostalgia. Abbiamo da affrontare le giornate come tutti. Come ogni uomo dobbiamo lottare contro le tentazioni. Ma, se lo vogliamo, possiamo contare su una forza straordinaria: la forza stessa di Dio. Chi ha scelto di seguire Cristo nella via del sacerdozio non ha qualità superiori a nessuno, ma si à fidato di lui. San Paolo: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me». Chi ha sentito di essere chiamato al sacerdozio, sa di essere la luna che riflette la luce del sole. Cristo è la luce che illumina il mondo.

Il prete – ogni prete – sa che tanta gente si aggrappa a lui. Gli apre il cuore. Gli confida le sue pene. Lo fa entrare negli anfratti del suo animo. Il prete sa che suo compito è soffiare dolcemente su tanti “ lucignoli fumiganti” perché riprendano a brillare. Ma sa anche che basta poco spegnerli completamente. La responsabilità del prete gli dà una dignità immensa ma anche potrebbe schiacciarlo se a sostenerlo non ci fosse il suo Signore. Non vogliamo giudicare nessuno. Non siamo migliori di nessuno. Non vogliamo condannare nessuno. Vogliamo però ribadire che fa male, molto male, un rappresentante della Chiesa, dello Stato, un politico, un magistrato pigro, negligente, ladro, corrotto o menzognero. San Filippo Neri, consapevole della propria fragilità pregava: «Signore, mantieni la mano in testa a Pippo, sennò Pippo ti combina pasticci». Ed era il santo della gioia. Credo sia opportuno fare nostra questa preghiera e ripeterla quotidianamente.

Comments (6)

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    Giovanni

    14 Maggio 2016 - 17:12

    Giustissimo articolo, ma il prete ha commesso un furto quindi un reato e per questo deve essere condannato-

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    Luigi Nava

    14 Maggio 2016 - 18:30

    Grazie Don Patriciello, ho avuto il piacere di conoscerla ad un convegno a Monza,
    Grazie per le parole e per il coraggio,
    Grazie perchè per chi è sulla breccia come Lei non c’è solo il grande coraggio quotidiano di seguire il disegno che il Signore, c’è anche il grande messaggio ” io ci sono”, accettando anche queste coltellate che arrivano da quelli che dovrebbero fare gruppo, per aprire gli occhi di chi come noi, tanti, brancola nel buio, perchè non ha avuto quel dono, quella apertura mentale di capire il senso dell’esistenza.
    DI sicuro oltre a Lei, ci sono sicuramente molti suoi confratelli, che seppur coperti di discredito insistono nel loro apostolato, troppa è la gente che ha bisogno di una vostra parola di incoraggiamento di un vostro sorriso…………..
    Seguire la chiamata del Signore significa non avere due padroni, non si può tenere il piede in due scarpe…………………..

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    Dino Elle

    14 Maggio 2016 - 18:56

    ah ah ah ah ah ah ah la sola speranza (e certezza) è per chi officia ,milita e comanda nella religione in quanto con la religione si è sistemato per bene e può condurre una vita nell’oro nel lusso e nell’ozio,alla mandria di creduloni pertanto no resta loro che credere nelle panzane,inventate secoli addietro,poi se uno proprio ci tiene ,può credere di essere un asino con le ali,superman,topolino,santizio ,sancaio,la befana,barbablu,mago merlino
    o una bottiglia ah ah ah ah ah ah

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    Giuseppe Armati

    14 Maggio 2016 - 19:17

    E’ scappato con la cassa che lui però aveva contribuito, con il suo lavoro, a creare. Forse anche rinunciando ad un appartamento di 250 Mq con annesso giardino pensile. Ha utilizzato questo per realizzare un sogno: con una donna. Molto umano, troppo, ma comprensibile.

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    marina

    14 Maggio 2016 - 19:49

    e poi il sig. papa fa prediche insulse su chi ama l’animale che ha in casa ,lo coccola e lo nutre, non facendosi venire i sensi di colpa per tanta gente di cui ignora la difficoltà, .Ipocrisia pura degna della chiesa che con tutte le ricchezze che ha dà aI POVERI E AI MISSIONARI SOLO LE BRICIOLE – investendo soldi per fare altri soldi- appartamenti lussuosi e vite nell’agio -certo infischiandosene di chi vive per strada o in macchina-sempre pronti però a stigmatizzare poveri diavoli di comuni mortali che amano un cane o un gatto -tante volte unico affetto- e pensi bene il sig, papa che un amore non ne esclude un altro che che si può far del bene e amare animali e persone ma io certo non amo né lui né il clero.

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    Carlo

    15 Maggio 2016 - 09:17

    Se i preti dovessero lavorare e pagare le tasse come fanno tutti i cittadini, anzichè vivere nell’ozio, avremmo meno scandali nella chiesa, meno pedofili e meno cialtroni in abito talare……..

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