Mi rivolgo a Lucia Riina, chieda perdono per conto di suo padre

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Lucia Riina

Voglio essere diretto ed esplicito, non condivido le parole di Lucia Riina.

In passato, non ho condiviso quelle del figlio di “Binnu u tratturi” e quelle del fratello di Lucia. Veda, Lucia, lei afferma d’essere cattolica praticante e di essere cresciuta ed allevata con amore e preghiere da suo padre e sua madre. Potrei essere d’accordo sulla seconda locuzione, talchè ritengo che una picciridda fa quello che i genitori, in parte, impongono. Ma la prima parte, ovvero d’essere una cattolica praticante mi lascia perplesso.

E tuttavia, è una sua legittima scelta di fede. Però, deve convenire con me che se lei ha avuto, seppure nella latitanza dorata e per favore non dica il contrario, di vivere e “pregare” con un padre che onora, altri suoi coetanei non l’hanno potuto fare per volere di suo padre. E allora le chiedo, anche al laureando suo fratello, non pensa mai alle famiglie distrutte dalla furia omicida di suo padre e di suo zio Luchino (Bagarella)?

Non pensa che per volere di suo padre e con un semplice gesto del pollice stile Nerone, a tante gente è stato impedito di veder l’alba del giorno dopo?

E quando dico gente dico tutte le persone, mafiosi compresi ed è comunque ovvio che in ragione della mia visione dell’onore, faccio un distinguo di chi ha pagato per un ideale di giustizia e legalità, e chi è morto perché facente parte di un sodalizio criminoso.

Io non sto qui a suggerire di dire a suo padre di pentirsi, tanto io e lei gentile Lucia, sappiamo che non lo farà mai, nemmeno suo zio. Se facessi l’invito peccherei di ingenuità e potrei addirittura sembrare un sognatore. Invero, la mia conoscenza del dorato mondo di suo padre, mi porta a concludere che non ci sarà mai pentimento negli uomini della sua famiglia. Come non potrà mai accadere per Provenzano: conosco la loro mentalità.

In passato, ho invitato suo padre, suo zio e Provenzano a “parlare” ma non a pentirsi che è cosa ben diversa. Quindi, come vede non mi accodo alla sicumera di tanti che con imperioso suggerimento le chiedono di ripudiare suo padre. No! Io non lo farò mai! Ma una cosa gliela voglio chiedere.

La prego, non esterni pubblicamente il suo onore per il cognome che porta, non la capisco per il rispetto dovuto alle famiglie delle vittime di suo padre. E lei avrebbe dovuto fare e qui quasi lo pretendo, un cenno di ricordo d’umanità cristiana verso figli, genitori e fratelli dei morti ammazzati. Suo padre, gentile Lucia, dopo la strage di Capaci dove morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i miei colleghi Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, avrebbe brindato coi suoi uomini, per la riuscita dell’operazione.

Io non l’ho fatto e non ho nemmeno pianto come hanno fatto milioni di italiani onesti: non ho pianto semplicemente perché avevo già esaurito le lacrime: le avevo tutte versate quando suo padre, ma non solo, fece assassinare i miei amici della Squadra mobile di Palermo.

È vero, le colpe dei padri non possono ricadere sui figli, giusto! Ma è altrettanto vero, anche in funzione della sua decantata fede cattolica, lei Lucia e l’intera sua famiglia, dovrebbe pensare ad un gesto misericordioso, ovvero chiedere perdono per nome e conto di suo padre ai parenti delle vittime. Credo che lei potrebbe essere orgogliosa di essere se stessa, cioè Lucia Riina e ne avrebbe ben donde.

Pippo Giordano

Palermitano, ispettore della Dia in pensione. Ha collaborato con il giudice Paolo Borsellino fino al 17 luglio 1992, due giorni prima della Strage di via D'Amelio.

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