Andrea Cossu, figlio della Sardegna che rifiutò il Barça di Pep per continuare a deliziare il Sant’Elia

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Ci sono calciatori che restano nella mente e nel cuore dei propri tifosi, al di là di quello che hanno mostrato sul rettangolo verde. Se poi, oltre ad essersi dimostrati dei campioni ed aver sempre onorato la maglia in campo, sono anche delle persone squisite ed autentiche nella vita reale, la gente, quella che anima gli spalti ogni settimana, ti ricorderà con affetto ed amore per sempre.

I tifosi sardi, in tal senso, possono davvero ritenersi fortunati. In molti, dall’incipit di questo articolo, staranno forse pensando che stiamo parlando di Gianfranco Zola, un emblema della terra sarda, un figlio dei “quattro mori” che ha onorato il nome della Sardegna in tutto il mondo. E rispecchia, appieno, l’identikit del calciatore che riesce da onorare la maglia in campo e si fa amare per alcuni valori come lealtà, correttezza ed onestà, tratti tipici dell’orgoglioso popolo sardo.

Dopo gli anni di Zola, il testimone passò ad Andrea Cossu

In quel di Cagliari, però, il buon Gianfranco arrivò solo al termine della propria carriera, dopo aver incantato il San Paolo di Napoli ed essere diventato l’idolo indiscusso di Stamford Bridge. Al punto di meritarsi la nomina di “baronetto” da parte di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, una sorta di unicum per una persona nata nello Stivale, ed aver spinto l’allora Premier britannico, Tony Blair, a chiederne una impossibile convocazione nella nazionale dei Tre Leoni.

Chiudere la carriera in Sardegna, con la maglia amata da tutti i sardi, era il sogno di Gianfranco, che riportò il Cagliari in Serie A e poi chiuse la propria carriera con una salvezza nella massima serie. L’ideale testimone di profeta in patria, alcuni anni dopo, venne passato ad Andrea Cossu, un altro sardo innamorato del Cagliari, che però, dopo essere cresciuto nel Olbia, spiccò il volo verso Nord, dove, poco più sedicenne, provò a sfondare nel grande calcio nell’Hellas Verona.

Il clima nella bellissima Verona non era certo quello sardo, ma la chance per sfondare nel grande calcio non è arrivata da Cagliari, come avrebbe sognato, ma dal freddo nord. E le prime esperienze, se possibile, sono state, climatologicamente parlando, ancora più cupe. Per farsi le ossa, infatti, Andrea fu spedito due stagioni, in prestito, in quel di Lumezzane, una cittadina in cui c’è poco da divertirsi e l’unico verbo conosciuto dai propri abitanti è uno solo: lavorare.

In Valgobbia, nonostante il clima plumbeo ed un paesaggio che ha ben poco a cui spartire con l’amata Sardegna, Cossu riesce a mettere in mostra il suo talento a fasi alterne, non convincendo appieno la dirigenza scaligera, che lo inserisce nella rosa della prima squadra, in Serie A, ma a gennaio decide di cederlo nuovamente in prestito. La destinazione, stavolta, è assai più gradita: Sassari, sponda Torres.

Un solo goal ma ottime prestazioni, che gli consentono, stavolta, di entrare in pianta stabile nella rosa della prima squadra dell’Hellas, appena retrocesso e alle prese con una crisi societaria che ha portato ad un inevitabile ridimensionamento. Nella terza stagione in cadetteria, però, Cossu riesce a mettersi in evidenza. Ed il Cagliari, il suo amato Cagliari, decide di acquistarlo in prestito.

Il rifiuto al Barça più forte della storia: la vera gloria era indossare la maglia rossoblu ogni domenica

Sarà solo un primo assaggio, anche perché lo spazio che gli viene concesso non è particolarmente elevato. Torna a Verona, viene messo sul banco degli imputati per la retrocessione in C e dopo sei mesi in terza divisione viene ceduto, stavolta a titolo definitivo, al Cagliari. Il sogno di Andrea si avvera. E la sua carriera, ormai ventisettenne, ottiene una svolta insperata, come quella che capita, non di rado, a chi ama divertirsi con tutti i giochi del casino.

Grazie anche all’intuizione di Ballardini, che lo trasformò da ala a trequartista, Cossu mise in mostra il proprio talento cristallino ed incantò il pubblico del Sant’Elia con la sua tecnica pura ed una visione di gioco come pochi altri, in terra sarda, erano stati in grado di esibire. Annate splendide, dove Cossu raggiunse la Nazionale e finì nel mirino di una delle più grandi squadre di tutti i tempi: il Barcellona di Guardiola.

Il vate catalano, impressionato dalla tecnica e visione di gioco del sardo, ne caldeggiò l’acquisto a Laporta, all’epoca presidente dei blaugrana, che rese pubblico il proprio interesse per Andrea. Cellino, ovviamente, non avrebbe ostacolato la cessione di Cossu, che avrebbe avuto modo di poter condividere lo spogliatoio con gente come Messi, Xavi e Iniesta.

Correva l’anno 2010. E Cossu, oramai, aveva già soffiato le trenta candeline. Un’occasione unica e irripetibile, quindi, per poter giocare la Champions League ed entrare in una rosa che, a distanza di dieci anni, viene ancora ricordata dai calciofili di tutto il mondo. Andrea, però, rifiutò. La sua Champions, era Cagliari. L’unico luogo dove avrebbe voluto giocare. E dove ancora oggi, membro dello staff tecnico, vive la propria vita dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.

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