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Agroalimentare, consorzi di tutela Dop e Igp protagonisti della sostenibilità in Sicilia

  • La Sicilia dovrà fare la sua parte nella battaglia per la tutela dell’ambiente
  • Ruolo chiave per i consorzi di tutela delle Dop e Igp del territorio
  • In campo tante esperienze che possono diventare delle buone pratiche

I consorzi come protagonisti del percorso verso la sostenibilità. È questa la visione delle associazioni di tutela dei prodotti siciliani, che ieri hanno raccontato le proprie scelte per il futuro del pianeta all’interno dell’evento “DOP IGP incontrano il Futuro” del Sole 24 Ore dedicato alla Sicilia.

I consorzi, guida per la sostenibilità delle aziende siciliane

In un’Europa che si sta impegnando per l’ambiente secondo il piano del Green Deal, anche la Sicilia può fare la sua parte. Chiave del percorso saranno i consorzi, come ha spiegato Mauro Rosati, direttore di Qualivita. “In un momento di grande trasformazione il consorzio ha un ruolo principale – ha spiegato nel corso del suo intervento – L’ho immaginato come uno stormo di uccelli che volano nel cielo e organizzati in modo armonico e coeso. Ecco, è questo l’importante ruolo dei consorzi di tutela, onde evitare che ogni azienda vada per la sua strada, facendo così perdere valore alle nostre produzioni made in Italy”.

Secondo Rosati sono tre i punti su cui i consorzi devono agire per coordinare le imprese: “la modifica dei disciplinari, dei piani di controllo e la valorizzazione dei nuovi valori”. Qualivita, McDonald’s e Origin hanno per questo promosso delle ricerche sulla sostenibilità, per capire quanto i siciliani ne capiscano e quanto stia loro a cuore. Così Cosimo Finzi di AstraRicerche ha spiegato come i siciliani conoscano un po’ meno i temi della sostenibilità nel settore food rispetto al resto degli italiani, ma allo stesso tempo siano più disposti a pagare un prezzo maggiore per ricevere prodotti più rispettosi.

Il caso dell’Arancia Rossa di Sicilia

L’esperienza di più associazioni nelle parole di rappresentanti e produttori. Così la voce del Consorzio di tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP, Giovanni Selvaggi, racconta il progetto Rouge, alleato contro la falsificazione delle arance made in Italy. Ogni cassetta di prodotto permetterà il tracciamento del terreno dove è stato raccolto l’agrume, la tipologia di confezionamento, la temperatura di trasporto e il tipo di fitofarmaci che sono utilizzati. “Questo ci porta sempre più a dei disciplinari attenti – ha raccontato Selvaggi – perché si parla di fitofarmaci impiegati, siano essi bio o a residuo zero”. Con tutte le difficoltà e le attenzioni del caso.

Tra le aziende del consorzio anche Oranfrizer, che ha impiegato sui terreni la difesa integrata già dagli anni ’90. “Non era facile andare dal produttore agricolo e dirgli di produrre meno per produrre meglio – racconta Salvo Laudani, marketing manager dell’impresa catanese – Oggi affinando questo metodo abbiamo il 70% in meno di residui e questa pratica è diventata il nostro standard minimo di fornitura”. Allo stesso modo casi come il virus della tristeza, che hanno portato allo sradicamento dei vecchi alberi per piantarne di nuovi, si sono rivelati una scelta vincente, perché hanno permesso con i nuovi cultivar di allungare il periodo di produzione degli agrumi. Così la cura del terreno diventa un guadagno quasi inaspettato.

E la sostenibilità può provenire da un ritorno al passato, come nel caso dell’azienda agricola Arena, che introducendo un allevamento di asini ragusani ha sviluppato un regime di agricoltura circolare e biologica grazie all’utilizzo del letame.

La “rivoluzione” del Ficodindia DOP dell’Etna

Il virus tristeza ha anche creato lo spazio di sviluppo del fico d’india, che in alcuni casi ha soppiantato le piantagioni di agrumi. L’ha raccontato Carmelo Danzì, presidente del Consorzio di tutela del Ficodindia dell’Etna. Un prodotto così particolare che la domanda ha sempre superato di molto l’offerta. In un caso in cui il valore è già riconosciuto, però, si punta anche ad altri obiettivi, come l’agricoltura 4.0. “Abbiamo guardato nella direzione di attività come farmaceutica e cosmesi – ha continuato Danzì – e abbiamo scoperto che dagli scarti del fico d’india, dal prodotto non edibile si potevano estrarre principi attivi e prodotti biologici più unici che rari”.

Ma anche questa non è una novità: come ricorda Andrea Bonina di Bionap Srl, “l’agricoltore che ha un taglio sulla pelle utilizza le pale di fico d’india per riparare le ferite”.

Il cioccolato di Modica all’insegna della sostenibilità

Un altro caso è quello del consorzio di tutela del cioccolato di Modica IGP, diretto da Nino Scivoletto, che vede il patrimonio di prodotti siciliani come “un patrimonio culturale, immateriale e materiale consegnatoci dalle mani degli artigiani”. Cioccolata che ha a sua volta un passaporto digitale creato dall’Istituto Poligrafico che ne identifica e traccia le origini. E anche per il prodotto tipico di Modica un salto nel passato in nome della sostenibilità, perché presto si tornerà all’antica lavorazione delle cabosse grazie a una collaborazione con un distretto produttivo ecuadoriano, anch’esso “tracciato”.

La Carota novella di Ispica IGP: obiettivo residuo zero

Anche il consorzio della Carota novella IGP si impegna a favore della sostenibilità. “Per tutelare i nostri consumatori stiamo portando avanti due iniziative importanti – ha illustrato Massimo Pavan, presidente dell’associazione – una il residuo zero, l’altro uno studio sulla tracciabilità che confronta i marcatori geochimici del territorio con quelli del prodotto confezionato per certificarne l’autenticità”.

Residuo zero, non biologico, per venire incontro alla crescita della popolazione mondiale. “Il residuo zero ci permette di avere delle quantità e rese maggiori e pensiamo la popolazione possa così essere sfamata più facilmente – ha aggiunto Giulia Criscione, rappresentante dell’azienda CO.A.CRI. e consigliera del consorzio – Ma il prodotto finale contiene lo stesso pochissimi principi chimici”.


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