Così sprofondano le università del Sud. Meno studenti, docenti e risorse. Ecco i dati

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Negli ultimi anni la condizione del sistema universitario italiano, e in particolare meridionale, è profondamente cambiata. Per tanti versi in peggio: meno risorse, meno docenti, meno studenti.

A seguito della crisi, ma ancor più di una giungla quasi inestricabile di disposizioni normative, si sono determinate tendenze molto pericolose; con effetti distorsivi territoriali molto forti a danno del Sud.

Sono state prese decisioni politiche importanti: ma le si è mascherate dietro norme apparentemente tecniche, dietro la parola d’ordine di una “meritocrazia”, estremamente discutibile nelle sue finalità e nei suoi strumenti.

E i meccanismi che hanno determinato questi cambiamenti sono pienamente all’opera: di qui a qualche anno vi è un chiaro rischio che non poche università italiane, particolarmente – ma non solo – al Sud, vedano la propria offerta formativa contrarsi ai minimi termini, fino, forse, a scomparire.

Le esortazioni del governatore Ignazio Visco, sull’importanza fondamentale dell’istruzione nel mondo contemporaneo (e ancor più del futuro) si scontrano con la realtà di un paese che sta pesantemente disinvestendo sull’università, in particolare nel Sud.

Tutto questo è documentato grazie, tra gli altri, ad uno sforzo di ricerca che sta realizzando la Fondazione Res di Palermo, presieduta da Carlo Trigilia e che proseguirà per tutto il 2015. Sul sito web della Fondazione è disponibile un ampio studio che illustra nei dettagli questa situazione in comparazione sia inter-regionale che internazionale.

L’Italia ha uno storico ritardo (più accentuato al Sud) rispetto a tutti i paesi europei nei livelli di istruzione della popolazione; è ultima su 28 nell’Unione Europea per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati.

Nel 2013 l’Italia è al 24%, ma il Sud al 18,9% e la Campania al 16,3% (in calo rispetto al 2012).

Le conseguenze di questo sulla produttività delle imprese sono evidenti: la Sardegna è la regione con la più bassa percentuale di laureati sulla forza lavoro: meno del 16%, circa la metà della peggiore regione spagnola, un po’ più di un terzo rispetto all’Irlanda.

Così come lo sono sulla mobilità sociale: l’Italia è il paese OCSE con la minore percentuale di studenti con genitori laureati; molto più bassa al Sud: nel 2013 a Bari il 4% degli studenti aveva entrambi i genitori laureati.

L’università è un’ascensore sociale fondamentale. Ma il quadro peggiora, invece di migliorare. In tutta Italia si sta riducendo la percentuale di diplomati che si iscrive all’università. Ma di più al Sud: il tasso di passaggio dal diploma è 52% in Italia, 49% al Sud, 46% in Campania.

Questo fa il paio con tendenze demografiche sfavorevoli (mentre al Nord aumentano i giovani grazie agli immigrati), determinando un vero crollo delle immatricolazioni: al Sud si passa dai 128.000 giovani che si iscrivono (in qualunque sede) nel 2007-08 ai 101.000 dello scorso anno; fra i giovani campani si scende da 37.000 a 30.000.

Quel che è più grave è che la rinuncia all’università (documenta la Banca d’Italia) è più forte per le famiglie meno abbienti del Mezzogiorno, che – per motivi economici – non sono più in grado di investire nell’istruzione dei propri figli.

La tassazione universitaria in Italia è fortemente cresciuta negli ultimi anni: siamo, dopo l’Olanda, il paese dell’Europa Continentale con le tasse più alte (quasi il doppio della Svizzera o dell’Austria); senza considerare che in diversi paesi, a cominciare dalla tanto ammirata Germania, l’università è gratuita. Il quadro del finanziamento è profondamente mutato negli ultimi anni: il ruolo delle risorse statali è molto diminuito, a causa dei fortissimi tagli: il MIUR copre ormai solo il 62% del totale.

Questi tagli, grazie a criteri estremamente complessi, ma nell’insieme assai discutibili, sono stati molto più intensi per le Università del Sud (e del Centro) rispetto a quelle del Nord: fra 2008 e 2014 il calo è dell’11% al CentroSud, di meno dell’1% al Nord. Sono stati rilevantissimi per i grandi atenei: la Sapienza ha perso 83 milioni, la Federico II 52; mentre il Politecnico di Torino ne ha guadagnati 13.

Le università ricorrono così in modo massiccio a finanziamenti di terzi: con una situazione balcanizzata in cui le risorse, e le opportunità di sviluppo, dipendono dalla munificenza di Fondazioni o di Regioni a Statuto Speciale; ma sono ovviamente molto minori nelle regioni più deboli: le entrate da terzi (rapportate agli studenti) sono nelle università del Sud la metà rispetto al Nord. E ricorrono in modo massiccio alle tasse.

In Italia si è passati da norme che miravano a limitare l’ammontare delle tasse a disposizioni che premiano le università che più incassano dai propri iscritti. Uno dei tanti casi di scelte politiche mascherate da norme tecniche. Ora, le tasse universitarie sono più basse al Sud che al Nord: ma se tenendo conto del potere d’acquisto le differenze si riducono moltissimo; rispetto al reddito in Campania la tassazione è più elevata che nella media nazionale.

Ma il minor gettito in termini assoluti determina difficoltà di finanziamento; e, paradossalmente, la “punizione” di minori possibilità di assumere docenti, perché il gettito delle tasse è uno dei criteri di “merito” delle università. A fronte di questo chi studia nel Mezzogiorno dispone di strutture peggiori, di meno mense, di meno posti letto (541 in Campania contro 7263 in Lombardia). Le borse di studio in Campania, come in molte altre regioni del Sud, coprono meno della metà degli aventi diritto, contro valori prossimi al 100% nel CentroNord.

Al CentroSud la durata degli studi universitari è maggiore (5 anni e mezzo per una laurea triennale contro 4,5 al Nord) e maggiore la percentuale di fuoricorso. Un dato negativo. Che però ha molte origini, a cominciare dal minor bagaglio di competenze dei diplomati (misurato dalle indagini sulla scuola), e sul quale bisogna intervenire con attenzione.

Ma la velocità degli studi è divenuto un altro indicatore di “merito” delle università, con il rischio di abbassare le soglie di valutazione e la qualità finale dei laureati. E’ tutta la filiera dell’università che si va restringendo. In un paese che ha un drammatico bisogno di professionalità di altissimo livello i posti di dottorato sono scesi dai 15.000 del 2008 ai 12.000 del 2013. Il crollo è quasi tutto nel Mezzogiorno.

Al Sud, oggi, ogni 100 laureati meno di 3 possono frequentare un dottorato, contro quasi 5 nel resto del paese; Catania ha 99 posti di dottorato, Milano-Statale 400, Bologna 585. La valutazione della ricerca ha stabilito che la “qualità” nelle università meridionali è assai inferiore rispetto al resto del paese. Cosa importante e preoccupante, da tener ben presente. Anche se attentamente bisognerebbe discutere di quanto questo sia frutto anche anche esito di dotazioni e disponibilità assai diverse: in termini di risorse finanziarie; di collaboratori (gli assegnisti di ricerca sono in maggioranza al CentroNord: 4 ogni 10 docenti al Nord, 2 al Sud), di carico di studenti (molto più alto per i docenti del Sud: 154 per un ordinario del Sud, 108 nel NordEst).

Ma l’esito di queste valutazioni è solo un forte taglio di risorse: come potrà mai migliorare la ricerca? L’università italiana – e nel Mezzogiorno forse più che altrove – ha molte colpe; e ha molto da cambiare e da migliorare. Non è un’isola felice. Anche se spesso è sottoposta ad attacchi che vanno molto al di là delle sue colpe; come recita il titolo di un bel libro è “malata e denigrata”.

Ma quel che sta avvenendo non tende a rafforzarla e migliorarla. E’ indispensabile che la politica torni ad occuparsi, con serietà, del presente e del futuro del sistema universitario italiano e in particolare del Sud. Ed è bene che anche le classi dirigenti del Mezzogiorno, prestino una attenzione molto maggiore alla grave situazione di una istituzione fondamentale per lo sviluppo non solo economico, ma anche civile. Occorre ragionare e discutere. Evitare errori gravissimi: una difesa corporativa delle università del Sud, che ne dimentichi difetti e debolezze e ne sottovaluti le grandi necessità di miglioramento; una “guerra per i soldi” tra le università delle diverse parti del paese (che pure molte regole tendono pericolosamente ad incentivare: io sto meglio se tu stai peggio); il rifuto di ragionevoli, indispensabili, valutazioni. Ragionare. Partendo da importanti dati di fatto: che il sistema è in sofferenza; che lo è in misura assai maggiore nel Mezzogiorno; che le difficoltà maggiori si sono determinate per i grandi atenei.

E che le prospettive, con queste tendenze, sono assai negative. Discutere. Sapendo che le questioni sono intricatissime tecnicamente ma chiarissime politicamente. Che ne vogliamo fare dell’università del Mezzogiorno? Che futuro ha il Sud senza laureati?

Gianfranco Viesti

Economista italiano (n. Bari 1958). Laureatosi in Economia politica (Università Bocconi), ha intrapreso la carriera universitaria insegnando presso gli atenei di Firenze, Foggia e Bari. Esperto in Commercio estero e in Sviluppo locale e dei settori industriali, è stato consigliere reggente della Banca d’Italia (sede di Bari, 2002-07), consigliere di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (2007-10) nonché assessore al Mezzogiorno e al Diritto allo studio della Regione Puglia (2009-10). V. fa parte del comitato direttivo della rivista il Mulino e del comitato di indirizzo della Fondazione Italianieuropei; insegna Politica economica (Università di Bari) ed è presidente della Fiera del Levante di Bari (dal marzo 2011). Tra le sue pubblicazioni si ricordanoMezzogiorno a tradimento (2009), Più lavoro, più talenti (2010) e «Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce». Falso! (2013).

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