«Non avevo paura, ero terrorizzato, tanto che mandai un messaggio ad uno dei miei amici più cari dicendo che avevo la possibilità di interpretare De Andrè e lui mi rispose ‘ma che sei matto?’. Mi sono poi pian piano avvicinato al progetto, dopo aver conosciuto Dori. Per me è stato un regalo gigantesco avere la possibilità di interpretare questo essere umano meraviglioso», è quello che ha dichiarato a Repubblica.it  Luca Marinelli che veste i panni del Faber. Non è una sfida da poco, anzi è una sfida da far tremare le vene e i polsi di chiunque: raccontare in poco più di tre ore quarant’anni di storia di quello che in molti considerano il più grande cantautore italiano. Chi ha avuto il coraggio di portare sul piccolo schermo Fabrizio De Andrè è il regista Luca Facchini con il quale abbiamo parlato dell’importante messa in onda de “Il principe libero”.

Al cinema vedremo “Fabrizio De Andrè – Il principe libero”. Perché hai deciso di fare questo film?

Posso dirti che ci stavo pensando da un po’ di tempo; mi era stato proposto infatti di girare un film su Fabrizio qualche anno fa ma avevo detto di no perchè non mi sembrava il momento giusto. Per gli stessi motivi, poi mi sono ricreduto e ho deciso di girarlo: sarebbe stato sbagliato rinunciare a una così bella occasione ma anche così spaventosa.

Ci spiegheresti il titolo?

Ha due significati: quello nobiliare del termine e quello di primo tra i pari. La famiglia d’origine era molto importante a Genova, non solo culturalmente ma anche dal punto di vista sociale. Fabrizio avrebbe potuto fare qualsiasi cosa nella sua vita, ma decise di calarsi tra la gente, nei porti e nei vicoli alla ricerca della sua libertà. Ecco che “Principe libero” sembrava essere la sintesi più vicina alla sua personalità.

A vestire i panni del Poeta è Luca Marinelli. Perché lui?

Dopo la visione di “Tutti i santi i giorni” di Paolo Virzì, ho capito che solo lui poteva avere la sensibilità per entrare nel ruolo di Fabrizio. Quando ho deciso di fare un film sul Poeta ho immediatamente pensato a lui. Tutte le pellicole in cui l’ho visto successivamente non hanno fatto altro che confermare le mie ipotesi. Luca ha avuto un approccio estremamente naturale, ha cercato di protendersi verso il personaggio, entrare dentro di lui per raccontare la storia. Non interpreta De André ma lo rappresenta, non lo rincorre ma se lo porta dentro, perché quando si incontra un gigante non lo si deve imitare ma onorare.

Qual era la vera forza di Fabrizio De Andrè?

Era un intellettuale vero, uno come pochi. E’ stato un uomo che non ha mai trasformato l’etica in moralismo, estetica in estetismo. Apparteneva a una famiglia molto conosciuta a Genova e avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, ha scelto però di inseguire la sua libertà. Sosteneva che l’artista gli aveva a volte impedito di essere l’uomo che avrebbe voluto diventare. L’arte chiede sempre un prezzo e la vita privata può soffrirne. Abbiamo cercato di raccontare le tappe della sua carriera, le tappe dell’artista, ma soprattutto quelle che hanno caratterizzato l’uomo De Andrè, quello molto meno conosciuto perché non sotto i riflettori, quello timido che ha condiviso la giovinezza con Paolo Villaggio e le notti al porto con Luigi Tenco.

“Essere se stessi è una virtù esclusiva dei bambini, dei matti e dei solitari”, questa una delle massime che ci ha lasciato. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. Il non avere filtri è una qualità che in pochissimi hanno; i più piccoli e i pazzi hanno il privilegio di non avere filtri, anche in una società come la nostra. Fabrizio ha sempre avuto la coerenza di non farsi scegliere ma di scegliere, la coerenza di essere sempre dalla parte dei più deboli e dei più umili. E’ sempre stato in una direzione opposta e contraria, non ha mai dovuto e voluto accettare compromessi, facendoci capire la bellezza per la vita.

Chi é Luca Facchini?

E’ un privilegiato perchè ha avuto la fortuna di raccontare due persone meravigliose, quali Fernanda Pivana e il Faber che per chiunque svolge il suo mestiere sono apici; non potrebbe chiedere di più. Ha avuto la fortuna di andare spesso a cena con lei la quale gli faceva sempre lezioni di letteratura comparata tra patate fritte e coca cola.

Quando è nata la tua passione per il cinema?

A 18 anni ho letto “Autoritratto” di François Truffaut e ho scoperto quanto potesse essere avventuroso il cinema. A vent’anni ho iniziato a studiare cinema alla New York University Tisch School of the Arts ma la musica di De Andrè ha sempre accompagnato la mia esistenza. Sono molto grato a Fernanda Pivano per avermi presentato a  Dori Ghezzi. Il cinema ha determinato scelte importanti; una lunga gavetta, tante delusioni e porte sbattute in faccia ma è un’amante segreta che non mi ha mai fortunatamente lasciato.