“Con una startup ho conquistato l’America”

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Cosimo Palmisano ha 37 anni, una laurea in Ingegneria ma soprattutto tanta esperienza negli Stati Uniti. Un po’ accumulata negli anni del dottorato, fra il Politecnico di Bari e la Stern Business School di New York.

Ma, la svolta porta il nome di un programma per giovani startupper attivo in Italia da qualche anno: si chiama Fulbright BEST, consente a giovani studenti con un’idea imprenditoriale di trascorrere sei mesi negli Usa. Metà del tempo nelle aule universitarie, l’altra metà nelle aziende di successo della famosa Silicon Valley (per il bando di quest’anno c’è tempo fino al 18 aprile e ci sono ancora posti disponibili http://bestprogram.it/).

L’azienda è nata così, fra cene, colazioni di lavoro e strette di mano con investitori e imprenditori americani. Palmisano incontra un altro italiano, Franco Petrucci, imprenditore di Latina che stava lanciando in America la sua piattaforma di big data. L’intesa è immediata. Palmisano capisce subito che il suo progetto e la piattaforma tecnologica realizzata e già commercializzata da Franco, possono incrociarsi. Si mettono al lavoro realizzando il primo prototipo e sviluppando la rete commerciale.

Subito dopo la laurea e il dottorato, Palmisano era volato a Torino, per provare ad applicare a livello industriale le sue ricerche. Lavora alla Fiat, consulente al dipartimento di Customer Intelligence. Ma ha il tempo e il modo di scrivere il business plan della sua “creatura”, Ecce Customer, un progetto innovativo, una soluzione software che dà la possibilità alle imprese di dialogare con i propri clienti utilizzando lo strumento formidabile dei social network, trasformando, solo per fare un esempio, gli utenti insoddisfatti in potenziali consumatori.

Con Petrucci prima parte una collaborazione. Poi, le due aziende si fondono, diventano l’una il braccio dell’altra. E arrivano anche i primi clienti importanti. La piattaforma web per il “social customer relationship management” (si chiama proprio così) consente alle aziende ed ai brand di monitorare e gestire, attraverso un unico punto di accesso, i diversi account presenti sui Social Network.  Uno strumento strategico per aumentare la capacità di generare e gestire costantemente leads e di automatizzare i processi di gestione degli influencers, vale a dire di chi genera conoscenza all’interno dei Social Network.

Ma non solo: la piattaforma dà alle imprese la possibilità di intervenire in tempo reale per venire incontro alle esigenze degli utenti e correggere sul campo eventuali disfunzioni, misurando il loro ritorno in termini di investimento. Il portafoglio clienti aumenta a vista d’occhio, in questi settori la grande recessione è solo una favola. In poco più di due anni e mezzo l’azienda stringe accordi con una quarantina di imprese. E, fra queste, ci sono società del calibro di Intesa SanPaolo, Alpitour, Trenitalia e Telecom.

“All’inizio, quando nel 2010 proponevo di utilizzare un software per la gestione integrata dei social network, le aziende storcevano il naso. Non pensavano fosse possibile e non sapevano neanche chi fosse il referente interno  – ricorda Palmisano, appena rientrato da New York dove ha partecipato al forum organizzato da Italia Camp a Wall Street Poi, però, le cose hanno preso una strada completamente diversa. Ho dimostrato che con la nostra piattaforma potevano guadagnare e migliorare il rapporto con i clienti e aprire nuovi business”.

Il tandem Petrucci-Palmisano non si è fermato qui. Anzi, ha deciso di sbarcare direttamente negli Stati Uniti, alla conquista del mercato americano. Per farlo, Decisyon (la società che nel frattempo ha assorbito Ecce Customer) aveva bisogno di capitali freschi. Il round alla ricerca di nuovi investitori è arrivato ad ottobre del 2012. E si concluso al di là delle aspettative: nella società è entrato il fondo di investimenti Axel Johnson, che ha staccato un assegno da 15 milioni di dollari. Probabilmente il più grande importo di sempre finanziato a una start up di software italiana da parte di un fondo americano. Ora, l’azienda, ha una quindicina di top manager statunitensi che si muovono negli States alla ricerca di clienti e partner. E, nel quartier generale di Latina, trovano impiego un centinaio di giovani talenti fra sviluppatori, consulenti e rete commerciale.

Il segreto? “E’ quello di pensare in grande, puntare a realizzare qualcosa di mai visto prima. Una multinazionale tutta italiana che conquista il mercato americano in uno dei settori dove gli Stati Uniti sono da sempre leader – spiega Palmisano – Nel mondo siamo famosi per il fashion ed il food, ma con Franco crediamo che anche il software possa diventare un marchio di fabbrica del Made in Italy. In questo settore essere a Bari, Napoli o New York fa poca differenza: si può giocare quasi alla pari. A patto, ovviamente, di avere le competenze giuste e una visione del business a 360 gradi. Internet consente ad un ragazzo italiano di conoscere e sfidare i colossi della Silicon Valley e mettere su un’azienda globalizzata”.

Ma la start up italiana è anche l’altra faccia della grande emergenza della disoccupazione giovanile che, nel Sud, ha di fatto bruciato un’intera generazione. “Siamo obbligati a rimboccarci le maniche. Oggi neanche un contratto a tempo indeterminato può garantire un futuro. La precarietà e la flessibilità sono entrati nel nostro Dna. Ma tutto questo ci obbliga a non stare mai fermi, ad aggiornarci sempre, in uno sforzo costante verso l’innovazione”.

Insomma, la storia di Palmisano e Petrucci è solo all’inizio. E il giovane startupper pugliese ha un sogno nel cassetto: “La prossima start up? Quasi quasi la faccio in riva al mare in Puglia…”.

Antonio Troise

Antonio Troise. Napoletano doc, dopo 27 anni di carta stampata, quasi tutti al Mattino ma con qualche incursione nei settimanali (Panorama, Mondo...) e sporadiche collaborazioni sul piccolo schermo (Rai e Tv locali) ha deciso di voltare pagina, fulminato dalla rivoluzione digitale. Web, blog, social network sono gli strumenti che offrono ai giornalisti la possibilità di riconquistare autonomia e creatività. E dare voce anche al Sud, avvolto da una cappa di assordante silenzio. E, invece, proprio la Rete offre un’occasione in più per narrare e per restare al Sud.

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