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Senza Peppino De Matteis siamo più poveri

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Giuseppe Inserra in ricordo di Giuseppe De Matteis

Quando muore un poeta o un intellettuale che ama la poesia (il confine tra i due stati è labilissimo) siamo tutti un po’ più poveri: è come se un sogno, un’utopia si fossero spenti, e restassimo tutti ancora più assediati da quella realtà nuda e cruda e grigia, che soltanto la poesia sa trasfigurare e sublimare.

Sento così la morte di Peppino De Matteis, straordinaria figura di intellettuale e uomo di lettere che se n’è andato assai prima del dovuto, lasciandoci un vuoto che sarà difficile colmare. Il caso ha voluto che Maurizio De Tullio mi abbia informato della ferale notizia mentre mi trovavo a Pisa, davanti al Polo Fibonacci. E per un attimo ho immaginato l’anima sorridente di Peppino che si aggirava tra gli austeri corridoi di questo tempio della informatica e della matematica.

Mi sembrava a suo agio, come tutti quanti hanno bazzicato seriamente la scienza della lettere e sanno bene che tra parole e numeri non c’è poi tanta distanza: un periodo ben composto, parole ben allineate hanno la stessa armonia profonda ed inesprimibile di un’equazione algebrica.

In tutta la sua vita di docente (spesa tra l’università di Pescara-Chieti e quella di Foggia) e di saggista, Peppino ha creduto profondamente in questa idea della letteratura come scienza. Ma attenzione: scienza come armonia, mai come conoscenza fine a se stessa.

I suoi articoli, le sue “critiche” non sono mai stati un arido esercizio di erudizione, come sovente succede in certi ambienti accademici. Amava piuttosto raccontare la poesia e i poeti, la letteratura e gli scrittori. Quando parlava di un autore che amava, lo faceva con tanto entusiasmo e tanta passione culturale che ti lasciava immediatamente impressa la consapevolezza della necessità della poesia e della letteratura come antidoto al grigiore del presente, come strumento di elevazione verso il possibile sempre nascosto, sempre da scoprire dietro lo stato delle cose.

Nella sua sterminata produzione critica e saggistica ha praticamente raccontato la migliore letteratura italiana moderna, con un occhio particolare per gli autori nati in provincia di Foggia e degni di considerazione sulla ribalta nazionale: e non sono quelli noti come Pietro Giannone e Nino Casiglio. Gli sarò grato per tutta la vita per avermi fatto conoscere ed apprezzare Giacomo Strizzi, poeta dialettale di Alberona (stessa cittadina natale di Peppino) di cui Pasolini disse: “il suo è un temperamento lirico di alto valore: la sua produzione e forbitissima ed è piena di genialità ed inventiva.”

E poi, Giuseppe De Matteis era un intellettuale che amava mettersi in gioco, che pensava che la cultura sia un motore indispensabile per il riscatto e lo sviluppo del Mezzogiorno. Ha organizzato memorabili convegni di studi, come quelli dedicati a Giacomo Leopardi e a Pietro Giannone, dimostrando come si possa produrre cultura di altissimo livello anche nelle periferie culturali, e implicitamente additando che la strada per non essere più periferia culturale passa proprio per la capacità di intessere reti, gettare ponti. Molti suoi studi e molte pubblicazioni sono state dedicate proprio alla valorizzazione della poesia pugliese e dauna.

Fu l’inventore di un bel premio di poesia che si svolgeva al Alberona, proprio in ricordo di Giacomo Strizzi. Non sempre il suo impegno civile e la sua tensione culturale furono assecondati dalle istituzioni locali: una sagra – si sa – dà più visibilità di un reading poetico. Però Giuseppe De Matteis ce l’ha messa sempre tutta: ed è questa la grande eredità ed il prezioso messaggio che ci lascia.


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