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Coppa d’Africa, a Foggia un dribbling al razzismo attraverso il calcio

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Si sono riuniti come fanno i fuorisede quando devono seguire la propria squadra del cuore. I foggiani, ad esempio, hanno eletto a propri pub di riferimento vari locali tra Milano, Bologna e Roma: ogni volta che i rossoneri scendono in campo, tutti incollati dinanzi allo schermo a tifare. A distanza. Assieme. E così hanno fatto i ragazzi della Guinea Bissau. C’era da tifare, a distanza – e che distanza – la propria nazionale, impegnata nella Coppa d’Africa. L’occasione per sentir suonare il proprio inno. Il pretesto per unirsi e stare insieme. Il motivo per rivendicare con orgoglio le proprie origini. E a Foggia la Coppa d’Africa è stata qualcosa in più: un’occasione di integrazione.

“Sfruttando” la scusa delle partite, Solidaunia – associazione che si occupa di cooperazione e che in Guinea Bissau realizza dei progetti in ambito sanitario e agricolo-, ha promosso una serie di iniziative, assieme ai partner della libreria Velasquez, il laboratorio politico Jacob e il circolo Lazy cat. Hanno fatto una cosa molto semplice, ma di questi tempi così ardita: unire.

Tutti a tifare, insieme. Senza distinzione. Ma assieme alla proiezione delle partite, ecco le occasioni di incontro: la presentazione di un libro su George Weah (George Weah. Run African star di Davide Ravan), un dibattito su Guinea Bissau e Benin, un reportage fotografico, un documentario, una mostra ricca di immagini ed emozioni. E come poteva mancare il cibo? Ecco allora che prima del fischio d’inizio, i ragazzi guineensi si sono armati di pentole e ingredienti e hanno preparato anche una cena ‘tipica’ della propria terra.

Che la Guinea Bissau abbia totalizzato solo un punto, zero gol e tre legni, poco importa. Sul campo avrà anche perso, ma Foggia ha scoperto una ventina di ragazzi ‘fantasma’, che adesso hanno un volto, un nome e una voce. Per dribblare la paura e fare un assist all’integrazione. E segnare un gol contro il razzismo.

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