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E un capannone diventa una bomba ecologica

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Amianto

Quattromila metri quadrati, tanto misura la copertura, in eternit, dei capannoni della Cooperativa Radona, a Montelongo, in Molise. Nata negli anni Settanta per l’allevamento di mucche, per il latte e la carne, dopo aver funzionato per tre anni, l’azienda chiude, lasciando in eredità una distesa di amianto.

Quattromila metri quadrati in condizioni disastrose, con i pannelli di copertura che si sbriciolano come biscotti.

I capannoni si trovano sulla strada di collegamento tra Larino e Rotello, circondata da piantagioni di cereali, oliveti e vigneti.

L’azienda, o quello che ne rimane, è accessibile a tutti, nonostante l’intera zona sia sotto sequestro per ordine del tribunale di Larino, cosi come mostrano le foto.

Una volta entrati lo spettacolo è raccapricciante. Sotto i piedi si sente l’eternit che si sfalda, si cammina letteralmente su un letto di pezzi di amianto. La copertura dei capannoni è ridotta a brandelli. Interi pannelli vengono giù a ogni soffio di vento e si sbriciolano sul cemento. All’interno, oltre all’amianto sparso ovunque, si è creata una vera e propria discarica con ogni genere di rifiuti: calcinacci, pneumatici, fusti d’olio, carcasse di attrezzi agricoli. Alcuni, come si vede facilmente, scaricati proprio in questi giorni.

I capannoni furono messi sotto sequestro dalla magistratura frentana proprio per la presenza di “altissima quantità di eternit utilizzata come copertura dei capannoni”. Da allora la situazione è peggiorata, come racconta il presidente della Cooperativa Radona, Davide Macchiagodena.

«Non abbiamo i soldi necessari per rimuovere tutto l’amianto», dice. «Abbiamo avuto la promessa di un finanziamento per la ricostruzione post sisma, ma sicuramente non possiamo utilizzarlo per questo. Dobbiamo rimettere in ordine almeno una parte dei capannoni».

Bisognerebbe intanto capire come mai il restauro dei capannoni, in quelle condizioni da quasi quaranta anni, è stato finanziato con i fondi del terremoto. E poi, una volta ristrutturato almeno uno dei capannoni, dove una volta c’erano gli uffici, chi andrà a lavorare immerso nell’amianto?

Le solite magie molisane, insomma. Si sequestra una struttura che sprizza amianto da ogni buco, e nessuno, né i proprietari, né le Istituzioni, intervengono per sanare la situazione. Ma si finanzia con i fondi per la ricostruzione qualcosa che con il terremoto, oggettivamente, non ha nulla a che vedere.

E chi deve intervenire in questa situazione perché non lo fa? Chi controlla i prodotti agricoli di tutta l’area? E soprattutto, che incidenza può avere una situazione del genere sulla salute dei cittadini che abitano nella zona e nell’area circostante? Un’area che definire “a rischio”, forse, è dire poco

Michele Mignogna

Sono Michele Mignogna, faccio il giornalista in Molise, mi occupo essenzialmente di inchieste, approfondimenti, reportage, indagini sulla ricostruzione post sisma e di attualità. Ho lavorato per il telematico primonumero.it, per il cartaceo La Voce del Molise, collaboro con l'osservatorio nazionale sul doposisma di Antonello Caporale, e attualmente scrivo per il telematico ilgiornaledelmolise.it.

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