Ecco perché rischiamo di sprecare il progetto “Garanzia Giovani”

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“Il terreno di verifica del successo di Garanzia Giovani non sono le adesioni, ma le risposte date a chi ha aderito”. Parto da qui, da una considerazione del prof. Tiraboschi, che condivido pienamente, per alcune riflessioni sul Piano straordinario voluto dall’Europa per dare lavoro ai tantissimi giovani italiani under 29 che non lavorano né frequentano alcun corso di istruzione o formazione (i cosiddetti neet).

Le adesioni ci sono. I nostri giovani hanno mostrato un certo interesse nei confronti di Garanzia Giovani, anche se la comunicazione di Governo e Regioni sull’iniziativa procede ancora a fari spenti. Al 12 giugno hanno aderito on line 82.713 giovani, dei quali oltre 16mila sono residenti in Campania, quasi 6mila in Puglia, 4645 in Calabria, circa 20mila in Sicilia e Sardegna, oltre 2mila in Abruzzo, più di 6.600 nel Lazio.

E le politiche? Ci sono? In molti casi ancora no. Il nostro Paese deve garantire ai giovani fino a 29 anni un’offerta qualitativamente valida di lavoro, una proposta di proseguimento degli studi, un contratto di apprendistato o di tirocinio o un’altra misura di formazione, entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema di istruzione formale. La strategia è nazionale, ma protagoniste dell’intervento sono le Regioni, le quali in molti casi hanno idee confuse e diversificate per l’attuazione del Programma nei territori o, addirittura, non hanno ancora, a quasi 50 giorni dal 1 maggio (data di avvio della Garanzia Giovani in Italia) un Piano attuativo regionale definitivo.

Il quadro è frammentario e disorganico ed in ogni caso avremo, ahimè, 20 modelli di Garanzia Giovani. Le Regioni sono state individuate come Organismi Intermedi e a loro è delegata la definizione e la realizzazione delle misure. Tra le Regioni sono suddivise le risorse complessive: gestiranno direttamente la quasi totalità dei fondi, 1,4 miliardi di euro.

Riusciranno a non sprecare questa enorme occasione? Comincio a temere di no. Per due considerazioni principali. La prima: nel nostro Paese si ripone scarsissima attenzione alla fase più importante di un intervento di politica attiva del lavoro: la sua attuazione. La politica, generalmente, si concentra nella fase di programmazione, si accontenta dell’effetto annuncio sull’opinione pubblica, è poco o per nulla interessata agli effetti (di impatto occupazionale o di incremento dell’occupabilità) che l’intervento, in concreto, produce. Parole come monitoraggio o valutazione hanno ancora un significato vuoto. Ma succede solo da noi, in altri Paesi d’Europa hanno rilevanza strategica assoluta. Non abbiamo mai avviato vere azioni di sistema, non ci siamo attrezzati per tempo per capire cosa, e in che misura, abbia funzionato delle riforme già adottate e cosa invece si sia rivelato del tutto inefficace.

La seconda. La Garanzia Giovani doveva (deve) essere l’occasione per rafforzare i servizi per il lavoro: rilanciare i Centri pubblici per l’impiego portandoli al livello delle migliori esperienze europee e coinvolgere le Agenzie private per il lavoro nelle politiche attive per il lavoro. In troppi territori, e a livello nazionale, questo coraggio non si è ancora mostrato. Ma è assolutamente necessario. I paesi più avanzati, ben prima della crisi, hanno adottato scelte ben precise che riguardano il funzionamento del mercato del lavoro. E si vede. Nel quinquennio 2007-2012 l’Italia ha investito in politiche del lavoro 27 miliardi di euro (la Germania 47), dei quali appena 5 in politiche attive (Germania 12), nei servizi per l’impiego appena 500 milioni di euro (in Germania 9 miliardi). Nei Cpi pubblici abbiamo 1 orientatore ogni 200 disoccupati (in Germania 1 ogni 30).

L’orientamento professionale, da noi, è molto sottovalutato. Ma è cruciale per la Garanzia Giovani. Potrei citare innumerevoli esempi di politiche attive del lavoro che hanno prodotto risultati concreti quando concreta ed effettiva è stata la “presa in carico” del disoccupato da parte di un orientatore specializzato. Casi nei quali la presa in carico è stata capace di generare un virtuoso effetto domino, che, insieme ad altri interventi mirati e personalizzati, ha consentito a giovani, donne, over 50 di uscire dalla disoccupazione.

Così, nella Garanzia Giovani, i milioni di euro investiti, ad esempio, per consentire esperienze di tirocinio in azienda, senza una presa in carico accurata e senza un’attenta selezione del soggetto ospitante, che tenga conto delle caratteristiche del piano formativo e delle esigenze peculiari del giovane, non raggiungeranno il loro scopo. I giovani, terminata l’esperienza, incassato il rimborso mensile, resteranno neet per sempre. È questo che vogliamo? Non dobbiamo solo preoccuparci di “far avanzare la spesa”, dobbiamo spendere bene, in linea con gli obiettivi dell’intervento.

Mi auguro che i Governatori delle nostre Regioni, soprattutto quelle del Sud, falcidiate da una disoccupazione giovanile intollerabile, ci pensino seriamente. Non sprechiamo la Garanzia Giovani.

Tommaso Di Rino

Si interessa di Politiche del Lavoro e per lo Sviluppo Economico. E' convinto che la Pubblica Amministrazione possa funzionare, anche al Sud. Vive a Pescara.

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