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Le scuole nascoste del Sud

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C’era una strada da percorrere che tracciava i poderi dividendoli, per questo era detta interpoderale. Una strada di campagna, che correva per chilometri, salendo dolcemente sin sopra la collina. Al culmine v’era una casetta poggiata ad un rude casolare. In tal casetta vi era una scuola.

Era una scuola di una contrada, frequentata da circa dodici alunni, tutti abitanti delle masserie circostanti. Negli anni sessanta, gli Appennini del Sud, pullulavano di esse e le giovani maestre e maestri, vi principiavano la carriera, per avere dei punti in graduatoria che servivano ad acquisire siti migliori.

Gli alunni erano figli del contado, che portavano le loro ingenuità linguistiche ed i tratti comportamentali, con molta schiettezza.

Ad essere sinceri, essi fotografano l’Italia di vent’anni prima. Molto più acerba di quella dei borghi.

Quei ragazzi delle elementari erano l’espressione di un isolamento atavico, da cui il Sud andava lentamente uscendo. I loro ritmi erano scanditi dal sole che spuntava e che tramontava, un andamento naturale che portava a desinare: a mezzogiorno, sul far della sera e l’indomani alle cinque.

Gli insegnanti faticavano a sincronizzarsi con quei ritmi e con quei costumi e a seconda dell’animo, erano propensi alla pena o alla rabbia, per l’irriverenza presunta o vera. Ognuno interpretava quella condizione con una lente. Sovente prevaleva quella scura.

Le scuole di campagna, comunque, regalavano in primavera un contatto unico con la natura. Una simbiosi tra il sapere pensato e quelle che regala la vicinanza con il creato.

Passati i rigori dell’inverno, dove capitava anche che la maestra salisse sul trattore del papà dell’alunno per raggiungere la scuola innevata, o inzaccherata, il sole accendeva di colori e di odori i campi. E le lezioni si svolgevano sempre all’aperto, tutti insieme intorno ad un pozzo o ad un albero. Dei quadretti. degni del pennello di un grande pittore, dove il docente era in espressione incantata e gli studenti con quella della felicità.

Che poesia le scuole di campagna, i versi dell’inclemenza e quelli del paradiso, che si inseguivano. Le storie semplici che si sovrapponevano. Il tracciato di quelle giovani vite non ammetteva divagazioni.  Una terra, se pur dura, li avrebbe assorbiti per essere lavorata onde produrre la vita.

C’era una strada da percorrere che divideva i poderi, e dodici alunni attendevano una maestra. Quella maestra faticava ogni giorno per raggiungeli e saliva anche su quel trattore. Ed era felice di stare con essi, perché aveva trovato un senso alla sua vita.

Gianvito Pizzi

Gianvito Pizzi, filosofo, scrittore, storico, studioso di psicanalisi, ha dedicato l’intera vita agli studi. Collaboratore per decenni di riviste specializzate, si è occupato in particolare dei rapporti tra psicanalisi e filosofia, Medievalismo e Questione Meridionale. Nato a Napoli, ha vissuto sino a vent’anni in un paese dell’appennino sub-dauno: S. Bartolomeo in Galdo (Bn). Twitter: https://twitter.com/gianvito_pizzi

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