La lezione meridiana di Franco Cassano

Una foto a colori su uno fondo nero e una scritta in bianco che occupa la maggior parte della superfice del manifesto, «Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra». Franco Cassano, Pensiero Meridiano 1996.

Ne è piena la città di Bari ed è il modo in cui il sindaco, Antonio De Caro, ha voluto rendere omaggio alla memoria del professor Franco Cassano, morto ieri all’età di settantasette anni dopo una lunga malattia.

Chi era il “Maestro” Franco Cassano

Non è usuale che questo accada. Non è usuale che la morte di un intellettuale crei un sentimento di comunanza e di vicinanza come quello che ha creato e sta creando la morte di Franco Cassano. Un sentimento come sospinto da un vento che nasce dal mare. Dal suo mare, «il mare che sta tra le terre, il Mediterraneo».

Marchigiano di nascita ma pugliese e barese di adozione ha insegnato all’Università Aldo Moro di Bari, Sociologia e Sociologia dei Processi culturali e comunicativi. È stato un Maestro, ruolo che gli è stato riconosciuto da sempre e da molti e ha avuto tanti allievi.

“Il Pensiero meridiano” il suo libro più conosciuto

Un grande pensatore. Un fornitore di idee e di progetti al servizio della collettività. Il suo libro più conosciuto e studiato è senz’altro Il Pensiero meridiano, scritto nel 1996 e diventato un classico immediatamente. Anche questo non è usuale, soprattutto oggi che si consuma tutto molto velocemente.

Tra quelle pagine c’è una vecchia nuova dimensione del Sud, dei sud. Una rivendicazione di orgoglio di appartenenza che non si costruisce su slogan o artifici retorici, ma che al contrario scava, va in fondo alle questioni per indagare le ragioni, le cause che hanno portato a un decadimento continuo e inesorabile. E insieme le ragioni per costruire e ricostruire identità e un modello di sviluppo in armonia con i pilastri di una visione progressista della società: l’uguaglianza e il riconoscimento dell’altro da noi. «Nessuno sviluppo può avvenire sulla base del disprezzo dei luoghi, della loro vendita all’incanto, dagli stupri industriali della modernità a quelli turistici della postmodernità. Guardare i luoghi significa averne cura, riguardo, ricostruire, attraverso la pietas, i beni pubblici, quei beni che appartengono a tutti e che sono insieme veicolo di identità, solidarietà e sviluppo».

Il suo pensiero meridiano ha avuto un forte e positivo impatto sulla vita di molti. Ha svegliato coscienza assopite, messo in moto una voglia di riscatto ormai sconosciuta ai più. Ci si è riconosciuti con il contenuto di quelle pagine, ed è stato un riconoscimento collettivo e pubblico. È stata la molla dalla quale è partita la rincorsa per riguadagnare il tempo perduto e sprecato. In quelle pagine c’erano e continuano ad esserci i semi per una rinascita, di una primavera.

«Pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri […] e non ha smesso di avere a cuore l’uguaglianza (idea delle cui origini sa qualcosa), ma pretende che chi sostiene di amarla sappia che essa è delicata e difficile, conosca l’ambivalenza del mondo, il rapporto tra emancipazione e sradicamento, e scelga la via giusta, non quella già tracciata dalle tendenze strutturali».

Un punto di riferimento per tutto il campo progressista

Un pensare altro, laterale. Un alzare lo sguardo sulle miserie che la velocità della contemporaneità ci costringe ad accettare e invece concentrarsi esattamente sul contrario. Andare lenti. «Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, ogni tanto esser felici di avere in tasca soltanto le mani». Una rivoluzione. «Questo pensiero lento è l’unico pensiero, l’altro è il pensiero che serve a far funzionare la macchina, che ne aumenta la velocità, che si illude di poterlo fare all’infinito».

Tutto alla metà degli anni Novanta, nel 1996, quando appunto la macchina doveva andare veloce.

Un punto di riferimento per tutto il campo progressista che in Puglia e a Bari ha trovato la sua massima rappresentazione facendone l’istrione, l’artefice primo di quella che è già passata alla storia come la primavera pugliese. Per queste ragioni sono in tanti a piangerlo e ad essergli riconoscenti. Perché ha risvegliato una coscienza civile appannata.

«Ciò che del Mediterraneo è oggi rilevante è proprio il suo statuto di confine, di interfaccia, di mediazione tra i popoli. La sua centralità non è riportare al centro vecchie terre, un riassegnare la proprietà del mare a qualcuno […] Oggi Mediterraneo vuol dire mettere al centro il confine, la linea di divisione e di contatto tra gli uomini e le civiltà».

Mettere al centro il confine che è insieme divisione e contatto, una lezione che non si dimentica. Una lezione che non dimenticheremo.


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