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I quattro vini del Sud Italia che hanno incantato gli inglesi

  • Quattro vini bianchi del Sud Italia piacciono particolarmente ai britannici
  • Sono prodotti in Puglia, Sicilia e Campania, e sono apparsi anche sul Guardian
  • Il Regno Unito resta il terzo importatore di vini italiani al mondo

Se c’è una cosa che i britannici amano del Sud Italia, questa è il vino. Se i rossi meridionali hanno sempre incantato il palato dei dandy più schizzinosi, i bianchi non hanno mai avuto così tanto successo, avendo una tradizione di esportazione più corta. Ma questo sta per cambiare. Negli ultimi giorni è infatti apparso un articolo sul Guardian in cui sono lodati quattro bianchi: uno pugliese, due campani, uno siciliano. Tutti indirizzati verso il mercato estero, e per questo disponibili anche online.

Il Fiano, da Puglia e Campania al Regno Unito

Un “semplice e chiaro fascino” – come scrive David Williams, autore dell’articolo – è quello del fiano. Vitigno che ama i terreni vulcanici e argillosi, viene prodotto anche in Puglia da Carlomagno, ossia The Wine People.

Un sapore strutturato che non può passare inosservato ai grandi appassionati. Tant’è che gli inglesi restano sempre i terzi importatori di vini italiani al mondo nonostante Brexit e covid. I suoi esempi migliori, spiega l’autore, sono in Campania, come nel caso del Pietracupa Fiano d’Avellino. I terreni vulcanici dell’Irpina “forniscono le condizioni perfette per produrre bianchi complessi dalle tonalità minerali (salate, addirittura quasi affumicate con l’invecchiamento) e la piacevole tensione dell’acidità e rotondità nocciolata”.

“Il clima ci permette di produrre qualcosa che difficilmente si può rovinare – spiega Sabino Loffredo, gestore di Pietracupa, in un’intervista al Corriere – Quella del 2019, tra le tante, è stata una delle migliori annate a livello produttivo”.

Il sapore dei Campi Flegrei tra le opere del Tate di Londra

“Viticoltori eroici”: è così che si definiscono i gestori della cantina La Sibilla, azienda a gestione familiare di Bacoli, nei Campi Flegrei. Da loro sono prodotte bottiglie di vino bianco che per il 70% vanno in esportazione all’estero. Sul loro sito è specificato il loro obiettivo: quello di creare vini “di carattere ma mai invasivi”.

Come spiega Vincenzo di Meo in un’intervista, probabilmente Williams ha assaggiato i prodotti della sua azienda durante un evento a Londra. Nel 2019, tra le opere d’arte della Tate gallery, c’era infatti anche il sapore del vino napoletano.

Un vino non trattato: il rispetto dei luoghi nel Grillo

Il consiglio di Williams è uno: Grillo biologico 204N, annata 2019. La cantina è diretta da Salvatore Tamburello, che ci tiene a precisare le origini del nome: N per non filtrato, né stabilizzato, né chiarificato. Aromi e sapori, spiega Tamburello, “con il trattamento andrebbero via”. Il 204, invece, è semplicemente la particella catastale del vigneto.

La produzione di questa specialità è ancora limitata, 15mila di bottiglie ogni anno. Per rispettare il territorio crescerà solo gradualmente. Ma l’interesse di Williams è stato una bella sorpresa: “Esportiamo da pochi anni ma è stato sorprendente vedere come i nostri Nero d’Avola e Grillo siano piaciuti nel Regno Unito anche nella versione non filtrata”.


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