“Il linguaggio perduto degli oggetti” di Maria Stella Rossi

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In questa nuova raccolta di brevi schegge narrative (Il Linguaggio perduto degli oggetti, Homo Scrivens, 2020) Maria Stella Rossi sembra procedere nel solco della precedente pubblicazione, anche se – già da una prima lettura – appare evidente come, rispetto a Guasti, sia marcata la necessità di liberarsi in maniera decisa della zavorra degli orpelli e fissare il “Minotauro” con sguardo fermo che non arretra.

Maria Stella Rossi ha la pazienza di un entomologo che attende il pulsare del termitaio. Così gli oggetti le sfilano davanti con il loro lucore celeste e con uno strato spesso di terra.

La sua scrittura asciutta ed essenziale s’immerge nella letteratura, proprio perché sa evitare ogni finzione letteraria. Si impregna della vita e la scruta con la lente di un certosino.

In apparenza la prospettiva neo-positivista adottata dall’autrice può sottendere un atteggiamento di distacco, proprio di chi osserva il magma da un’altana privilegiata e di quel fluire della vita raccoglie il soffio dell’eco. Ma non è così. Prima di scansionare gli oggetti l’autrice li ha auscultati, prima di attraversarli si è fatta attraversare. Oggetti che sono le lacrime delle cose.

La Rossi scandaglia il fondo del pozzo perché quel pozzo l’ha abitata. Conosce le sue stanze, sa il suo silenzio, si è calata nelle sue grida.

Le lacrime delle cose, dicevo. L’altalena, la bava da asciugare, la sedia a rotelle, la bilancia, la gabbia, i capelli lucenti, la radice resiliente, sono scorie di sale sedimentate che l’autrice non può – e non vuole – più scrostare. Se c’è stato un danno, uno scarto, è un dato di fatto che ormai si può solamente constatare. E Maria Stella Rossi lo fa, con la grazia di chi vibra dinanzi al mistero doloroso di ogni tenue fibra dell’universo.

Gli oggetti stanno lì a testimoniare la sacralità della vita, in ogni sua forma. Non hanno perso la Parola. Non parlano perché la Parola è sacra, così come la vita. Così come la Poesia. Essa è un’epifania. Non si dà a folate ma a grani. La Parola è il logos e il logos è presso Dio.

Gli oggetti hanno un proprio linguaggio remoto ed arcano che è da sempre, fin dal principio. Essi sono la Parola stessa che non si dice – che non dice di sé – e che non è detta. Si può solo attendere ad occhi bassi, persistere nell’interrogarli seppure con l’incertezza di ottenere una risposta. E l’autrice ne è consapevole. Ma persiste nell’evocarli. Sola, mentre tutt’intorno gli oggetti vengono trasformati in feticci. Sola, con le stimmate di Cassandra.
(di Valentino Campo)

 

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